Era rigore per l’Atalanta, come minimo. Perché come massimo, senza quel tocco di mano, altro che palo, la sfera sarebbe entrata in rete coi fiocchi e i controfiocchi che adornano la Coppa tricolore. Era espulsione per Bastos e, come minimo, la Lazio giocava in 10. Perché come massimo poi probabilmente non sarebbe più nemmeno entrato Milinkovic Savic. Ha vinto la Lazio la Coppa, ma ha perso il Var, il mondo arbitrale e il calcio italiano. Altro che panna e cioccolato, la Coppa dei Campioni (d’Italia) quest’anno ha un gusto amaro.
 
CAL-NONVAR-ESE - Che l’uso del Var in questa stagione fosse partito male, lo si sapeva già, ma che finisse peggio, ce ne voleva davvero. L’ultima gara in carriera di Banti doveva essere la ciliegina sulla torta di una vita col fischietto e invece -prendendo fischi per fiaschi - si ricorderà solo dei primi al calare del sipario sull’Olimpico. Complice un collega che, a dispetto del nome, il Var non ce l’ha proprio nel Dna, né ha capito probabilmente come funzioni. E così, tocco di mano plateale in area piccola di Bastos su tiro in porta di de Roon, e Calvarese - incomprensibilmente in una finale-sceglie il silenzio e non fa la spia. Inzaghi, tutto contento, zitto zitto, toglie subito "l’uomo nero" che ora gli fa più paura. Quell’episodio, molto probabilmente, avrebbe cambiato la partita. Ma non lo sapremo mai quindi andiamo oltre.
 
LA VINCE INZAGHI - Inzaghi ha azzeccato tutti i cambi, aiutato dagli eventi fortuiti nel corso della gara: Bastos che si becca il giallo e rischia il rosso era per forza da sostituire, un inutile Immobile sempre più alle Maldive andava prelevato, Milinkovic ripresosi apposta per la finale si è praticamente lanciato in campo da solo. Inzaghi poi ci ha creduto, probabilmente perché la Coppa resterà il suo ultimo testamento nella Capitale, e ha studiato per bene quella gara di campionato in cui i nerazzurri gli hanno calato il tris. 
 
MOLA MIA - E a proposito di calare c’è l’Atalanta, che è calata nella ripresa, perdendo una lucidità decisiva nelle partite decisive. Sia mentale che fisica: troppi palloni mal agganciati in area piccola, troppi palloni regalati nell’altra area di rigore. La Dea non è abituata a giocare questo tipo di gare, finali secche, con in palio un trofeo che manca da 56 anni, con la pressione di più di mezza Italia sulle spalle e sui cuori. Poi c’è Djimsiti che, al soldo di tante gare ben giocate, resta il meno brillante tra i titolari atalantini. E infine c’è anche lui, Gasperini, perché anche se le ha tentate tutte all’84’, prima non ne ha tentata nessuna. Ha erroneamente pensato che la sua Dea potesse ormai tirare fino ai supplementari o tirare in porta per chiuderla prima. Cambi rinviati, con Zapata e Hateboer già scoppiati, e il tabellino non ha retto. La Dea non ha saputo riprendersi e ribaltarla, anzi, si è persa ancora di più. Sta a lei riprendersi adesso, non mollare, per non lasciarsi sfuggire quello che finora le appartiene. Perché la Lazio adesso sarà anche in Europa League, ma può tenersela. L’Atalanta lotta solo per la Champions.