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Cose e persone appena sfiorate. Eppure le sentiamo addosso, anche se sono trascorse trentatré stagioni. Gli anni di Gesù crocefisso. Vigo, per esempio. Una città della Galizia affacciata sull’Oceano quasi sempre incazzato con onde alte come i giganti di Gulliver. Una squadra di calcio, il Celta, che da “povera nana” diventa improvvisamente  la padrona della Liga, con le corazzate Barça e Real Madrid a fare da damigelle. Magari non durerà, ma è bello oltreché doveroso celebrare il riscatto degli umili a spese delle grandi potenze. Almeno per un momento. 

Per noi italiani, poi, questa affettuosa lontananza dovrebbe possedere una connotazione molto particolare. Vigo, infatti, per un mese intero fu casa nostra nel 1982. Guidati dalla strana e un po’ lunare Banda Bearzot sbarcammo proprio  in quella città di pescatori di ostriche e di “mariscos” assortiti per cominciare un Mondiale che nessuno avrebbe dimenticato mai più. Il finale lo conoscono anche i bambini, con il profumo del tabacco da pipa del “Vecio” Bearzot e del presidente Pertini a rendere ancora più intenso lo stordimento da trionfo. Questo a Madrid, naturalmente. A Vigo era tutt’altra cosa. Quasi un de profundis con tanto di messa cantata dai disfattisti che ci vedevano lessi come polli. Ma anche questo si sa. E’ Storia. 
Nella mente, però, restano schegge di piccole-grandi cose che fanno parte degli uomini più che non di un pallone. La Casa del Baron dove gli azzurri stavano in ritiro e dove noi voyeurs dei media bivaccavamo praticamente tutti i giorni e tutto il  giorno tentando di rubare verità non dette sui volti di Paolo Rossi, Tardelli, Gentile e tutti gli altri componenti di un “team” tutt’altro che “dream”. I menagramo crescevano con il passare delle partite: Polonia, Perù e poi il Camerun. Soltanto Piercesare Baretti e Italo Cucci predicavano pazienza. Avrebbero avuto ragione loro, ma a Vigo tranne loro nessuno ci credeva. Minimaliste immagini scorrono più vive, ora, dei gol realizzati da Pablito. Il viso basito di Beppe Viola sospeso dalle telecronache perché aveva preso in giro in diretta Platini andando, a modo suo e cioè senza essere apito, sul pesante. Le cene infinite al tavolo con Gianni Brera e Giovanni  Arpino che si stavano cordialmente sulle palle ma che alla fine uscivano dal ristorante sotto braccio e ubriachi fatti di “vino tinto”. 

Le belle senoritas che, un mese è lungo da passare per l’uomo che non è di legno, alle quali qualcuno faceva anche promesse da marinai. Una di loro ci credette. Si chiamava Laura Ribeiro. Una spina nel cuore. Le passeggiate nei vicoli di una città spagnola per amministrazione ma, in realtà, popolata da gente sempre un poco malinconica forse anche per via di un cielo raramente azzurro. Persone schiette e sincere, comunque. Le gite nella vicina Santiago de Compostela a chiedere, buffamente,  una grazia sportiva insieme con i fedeli viandanti in arrivo da tutto il mondo per motivi decisamente più seri. Il rischio, nottetempo, di venir accoltellati da malandrini peruviani sempre in cerca di risse. Infine, prima della partenza verso Barcellona, l'annuncio del più fragoroso silenzio stampa di tutta la storia del giornalismo sportivo. Mai più sono tornato a Vigo, da allora. Ma un pezzettino di cuore è rimasto là dove, oggi, la Cenerentola Celta si è vestita a principessa. Olè.