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Sono sicuro che non accadrà, ma se per qualche strano scherzo del destino l’esperienza di Paulo Dybala alla Juventus dovesse concludersi in maniera negativa per lui e per la società bianconera, allora occorerebbe ricordare che un "caso" del genere non sarebbe poi così tanto originale.

Di clamorose "sviste", infatti, è piena la storia del calcio. Come quella, per esempio, che indusse un grande presidente di nome Giampiero Boniperti a scartare dalla lista della spesa un certo Diego Armando Maradona. "Io un giocatore con quel cognome nella Juve non lo prenderò mai". Così pare avesse risposto il numero uno juventino a chi gli stava offrendo per un piatto di lenticchie colui che sarebbe diventato il più celebre campione dell’era moderna. Conoscendo bene Boniperti, cioè la sua antipatia verso giocatori "border line" come lo era stato Sivori ai suoi tempi, non credo si tratti di una leggenda metropolitana.

Sotto la cima di questo iceberg ci stanno un sacco di altri esempi di miopia manageriale o tecnica. Setacciando la memoria me ne vengono in mente alcuni con i quali formare almeno una squadra. Così, a caso e in ordine sparso.

La Juventus è a caccia di un portiere e ingaggia l’olandese Van der Saar il quale arriva a Torino e, sicuramente per ragioni psicologiche, pare in trance. I bianconeri non possono o non vogliono aspettare. Viene spedito in Inghilterra dove, per anni, sarà un mito in Premier.

Che dire, poi, di una "roccia" come Tarcisio Burgnich? Magari non avrà avuto l’aplomb di un damerino inglese, ma superarlo in campo era impresa da titani. La Juve, praticamente, lo "regalò" all’Inter dove sarebbe diventato un elemento insostituibile per i nerazzurri e per la nazionale.

Altri due nomi eccellenti. Rivera e Antognoni. "Troppo fragili e inadatti al campionato italiano", fu questo il giudizio degli osservatori del Torino che erano andati a visionarli ad Asti e Alessandria. Una gaffe per la gioia di Fiorentina e Milan.

Torniamo indietro per dire di Angelillo. Un fuoriclasse assoluto che ebbe la sfortuna di capitare nell’Inter del "mago" Herrera il quale non poteva sopportare l’idea di avere concorrenti sulla scena. Nella Roma l’argentino fece innamorare tutti.
Alla Juventus il dopo Charles era un problema. Dopo vari tentativi il gallese venne rimpiazzato da un brasiliano di nome Nenè. Un disastro, ma non per colpa sua. Non era un attaccante, ma uno splendido centrocampista e a Cagliari dimostrò tutto il suo valore. Non basta.

Quando la Juventus ingaggiò Thierry Henry pensai che la squadra bianconera aveva realizzato il colpo della vita. Lo avevo visto spesso nel Monaco. Diciottenne e già bravissimo. In bianconero, una pena. Ancelotti lo aveva posizionato a pendolare sulla fascia destra. Sembrava un fantasma. Buon per lui che in Inghilterra trovò chi lo capì al volo.

Avanti e ancora indietro. Romeo Benetti e Billy Salvadore. Troppo sgraziato e ruvido il primo, troppo leggero e svagato il secondo. La Juventus li prende dal Milan. Scriveranno pagine bellissime di storia bianconera.

Cosa che non riuscì a fare Amarildo a Torino perché un tecnico di nome Amaral gli preferì un giocatore che si chiamava Amaro e non si tratta di un giochino di cognomi. Amaro ballò una sola stagione. Amarildo fece ballare la rumba agli avversari con le maglie di Milan e Fiorentina. La stessa cosa che aveva fatto, anni prima, un "uccellino" svedese di nome Kurt Hamrin che a Firenze non dimenticheranno mai: un regalo prezioso dall’odiata Juventus.

Altri ancora ci sarebbero da raccontare. Ma, mi piace chiudere con un campione che non venne "scartato" perché soltanto e sempre ignorato. Ezio Vendrame del Lanerossi Vicenza. Un genio assoluto con un carattere "impossibile" per il perbenismo farisaico di un mondo del pallone. Oggi è poeta e scrittore. Insegna calcio ai bambini. Il suo calcio. Quello che fa innamorare e sognare.

Marco Bernardini