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  • #BlackoutTuesday: la musica e lo sport s'inchinano per George Floyd

    #BlackoutTuesday: la musica e lo sport s'inchinano per George Floyd

    • Vanni Paleari
    If you tolerate this, your children will be next (se tolleri tutto questo i tuoi figli saranno i prossimi), cantavano i Manic Street Preachers nel 1998, utilizzando uno slogan contro il generale Franco da parte dei Repubblicani spagnoli ai tempi della Guerra Civile del 1936. Oggi, quello che un tempo era un grido nei confronti di dittatura e fascismo, può essere esteso all'orda di intolleranza e razzismo che dilaga purtroppo inesorabile nella nostra società. Il #BlackOutTuesday di ieri mette in risalto che per fortuna c'è anche una parte dell'umanità che sente la necessità di far sentire di non essere più disposto a tollerare eventi dei quali l'assassinio di George Floyd è solo l'ultimo degli eventi. 

    Ed è positivo che questa intolleranza e protesta trovi ancora una volta la propria voce nel mondo della cultura e dello sport. Certo, come ha affermato tra gli altri anche Justin Vernon dei Bon Iver, oscurare il proprio profilo Instagram con un hashtag non porterà certo a un reale cambiamento, ma in fondo un giorno di silenzio da parte del mondo della musica un segnale l'ha dato. L'iniziativa proposta da Jamila Thomas e Brianna Agyemang della Atlantic Records è partita come appello nei confronti del mondo della musica a non pubblicare nuovi contenuti ma ha fatto presa anche nella società civile, in cerca di giustizia non solo per Floyd ma per ogni abuso e discriminazione della polizia statunitense nei confronti degli afroamericani e per ogni forma di razzismo più in generale. Gran parte degli artisti e delle case discografiche ha aderito all'appello, in contemporanea con le proteste in corso in tante città degli Stati Uniti: Rolling Stones, Foo Fighters, Pearl Jam, Liam Gallagher, Eminem, Muse, Radiohead, Pharrell Williams solo per citarne alcuni. 

    Anche il mondo dello sport non è stato certo fermo a guardare. Nel calcio, l'attaccante francese del Borussia Moenchengladbach, il figlio d'arte Marcus Thuram, dopo aver segnato contro l'Union Berlino si è inginocchiato in segno di rispetto per Floyd, imitando la protesta del 2016 del quarterback Colin Kaepernick contro il razzismo dilagante negli Stati Uniti. Lo stesso gesto è stato riproposto in Premier League dall'intera squadra del Liverpool e, in un secondo momento, anche da Chelsea, Newcastle, Roma e Torino. 

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    Non sono stati a guardare gli altri sport. A partire dal pugilato, con Mayweather che pagherà i funerali di Floyd, proseguendo con i tennisti dei circuiti Atp e Wta che su Instagram hanno gettato le racchette a terra per protesta contro il razzismo, concludendo con la polemica di Hamilton contro il circuito della Formula 1, "dominato dai bianchi", e il suo colpevole silenzio sulla vicenda. 

    Chiudo facendo mio il pensiero di Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale, che sui social si è espresso in questi termini: "Se ti fa schifo il razzismo quando fanno morire dei ragazzi in America, spero ti faccia schifo il razzismo quando fanno morire dei ragazzi in mare in Italia". Se un problema arriva geograficamente da lontano non è detto che necessariamente non debba riguardarci: se continuiamo a tollerarlo la prossima generazione potrebbe essere la prossima a pagarne le conseguenze. 
     

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