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E' stata una delle sue Juve più iconiche, quella che nella prima metà degli anni Ottanta lottava (e spesso vinceva) per lo scudetto, ma che anche in campo internazionale alimentava la propria grandezza, con la vittoria della Coppa dei Campioni e della Coppa Intercontinentale del 1985 e la Coppa delle Coppe del 1984. In quella squadra presieduta dalla figura indimenticabile di Giampiero Boniperti, giocava per esempio un attaccante che, in coppia con Michel Platini, si accendeva proprio nelle notti europee: Zibì Boniek.

"Era un grande conoscitore di calcio, una persona dal pensiero veloce. Incredibilmente energico, soprattutto: quando ci parlavi, aveva sempre qualcosa da dirti, qualche suggerimento da darti, con pensieri a cui non avevi pensato", dice l'attuale presidente della Federcalcio polacca a Repubblica. "Il sabato prima della partita saliva a Villar Perosa per pranzare con noi calciatori e sapeva come caricarti: ti tirava fuori le cifre dei premi per quell’incontro. “Forza, che questa partita vale tot”, ti diceva, perché all’epoca i premi erano il sessanta per cento della retribuzione, lo stipendio solo il quaranta. Oggi è il novanta novantacinque per cento", aggiunge Boniek.
Della Juve dell'epoca faceva parte anche Massimo Mauro, sempre interpellato da Repubblica: "Mi guardò e come prima cosa mi chiese: ma è vero che lei è comunista? Lo conobbi per la prima volta nel dicembre del 1984. La Roma mi aveva cercato un paio di mesi prima, la Juve lo venne a sapere e Boniperti volle incontrarmi. All’epoca non c’erano i procuratori: avevo 22 anni, mi ritrovai in una stanza a parlare del mio contratto alla Juventus con un mito del calcio italiano e mondiale. Firmai subito: l’offerta era più conveniente di quella della Roma. Certo, il presidente Dino Viola, altra persona eccezionale, non la prese benissimo. Sapeva anche essere duro, aveva tanta grinta e soprattutto la vittoria nel sangue. Quando firmavi il contratto era tirchio, quando vincevi una partita importante spesso ti triplicava il premio senza dir niente".

A completare un inedito tridente è Antonio Cabrini, punto di forza in bianconero e campione del mondo nel 1982 con la Nazionale. Questo il suo ricordo a Il Corriere della Sera: "Da ex grande calciatore è sempre stato vicino allo spirito dello spogliatoio. Il suo segreto? La competenza: aveva giocato più di quattrocento partite ad alto livello, sapeva riconoscere le qualità di un calciatore e anche quella dei propri collaboratori più stretti. Sbagliava pochissimi acquisti. La sua ossessione per i matrimoni? Dopo anni, ha ammesso di aver commesso un grande errore ad aver fatto sposare molti giocatori troppo presto: il novanta per cento di quei matrimoni sono falliti. La frase «vincere non è importante, è l’unica cosa che conta» a volte viene considerata poco sportiva... Chi la intende in questo modo, non capisce e non sa come era fatto Boniperti. La sconfitta per lui era un fallimento. E questo modo di pensare l0 trasmetteva a tutti i calciatori".