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Ho visto una nazionale minacciare lo sciopero durante un Mondiale. Ho visto i giocatori sedersi sul divano, incrociando le gambe per protesta. Chiedevano soldi alla loro Federazione. Tanti soldi. Li ho visti incazzati, li ho visti venire alle mani con i dirigenti. Poi i soldi sono arrivati. E tutto è finito bene. Cioè male. Questa è la storia del Togo in sciopero ai Mondiali del 2006. Ero l’unico giornalista italiano presente. Non fu bravura, ma un colpo di fortuna.

Succede a Wangen im Allgau, vicino al lago di Costanza, nel sud della Germania. 10 giugno 2006, fa un caldo carogna. Le dieci di mattina, campo di allenamento del Togo. Mancano tre giorni al debutto, è la prima volta ai Mondiali. Arrivo lì per caso, i colleghi più esperti sono altrove, io sono al mio primo Mondiale, mi mandano in giro in cerca di storie. La FIFA ha comunicato l’orario di allenamento, ma al campo non c’è nessuno. Sono tutti nell’hotel lì vicino, a poche centinaia di metri. Entro, chiedo. Mi guardo attorno: giocatori stravaccati sui divani della hall. Confabulano, hanno facce tese, sono agitati. Parlottano, telefonano. Mi muovo con insolita libertà. Nessuno controlla. Dall’altra parte del salone ci sono quattro-cinque dirigenti. In una saletta vicina, da solo, un signore con i capelli bianchi. Indossa pantaloni larghi, legati con una corda; la camicia è abbottonata con soli due bottoni. Sorseggia un liquore con la calma di un maestro zen. Potrebbe atterrare un Ufo lì, in quel momento e lui farebbe spallucce. E’ tedesco, si chiama Otto Pfister, ha 68 anni, sono trent’anni che lavora in Africa e non si stupisce più di niente. La Federazione del Togo tre mesi fa, a qualificazione ottenuta, l’ha chiamato in corsa: ci servi tu, gli hanno detto.

Esco, in giardino trovo alcuni colleghi. Li riconosco perché sono vicini ad un tavolo con una decina di tramezzini. Dove c’è da mangiare, lì troverete i giornalisti. Sono nove, si bastano. Nove giornalisti del Togo a Germania 2006. Nessuna nazionale ha così pochi inviati al seguito. Sono tutti dipendenti del Ministero dello Sport e della Comunicazione. Niente di strano, in Togo si usa così: coperti e allineati, tengono famiglia. Tre lavorano per la tv di stato, tre per la radio di stato, tre per le agenzie di stato. Il Togo - ve l’ho detto - è in ritiro nella zona del lago di Costanza. Loro li hanno messi a Wupperthal, vicino a Colonia. Non è proprio comodissimo. Stanno dall’altra parte della Germania, 600 chilometri più in là. Come se la Roma si allenasse a Trigoria e i giornalisti la seguissero da Trieste.
Mi informo: i giocatori chiedono i 150.000 euro a testa per la qualificazione ottenuta e poi 30.000 euro per ogni vittoria e 15.000 per il pareggio. Ve ne diamo 80.000 e finisce qui, risponde la Federazione. Non se ne parla nemmeno. A guidare la rivolta è Emmanuel Adebayor, lo ricordate, no? All’epoca è un lungagnone arrogante con le treccine, parla per tutti perché anche se è il più giovane, ha appena compiuto 22 anni, è quello più famoso, l’Arsenal l’ha pagato quattro milioni di sterline. Il suo stipendio gli altri se lo sognano, quindi è lui che rappresenta la squadra quando è l’ora di battere cassa. Adebayor fa avanti e indietro dal divano dove raduna gli altri al tavolo dove ci sono i dirigenti. Parlano tutti al telefono e noi giornalisti - io e gli altri nove del Togo - siamo lì, seduti in un angolo. Ci pare di essere al cinema. Succede sempre qualcosa. Ad un certo punto un giocatore si alza e affronta a muso duro un dirigente. Lo spinge in là, l’altro reagisce, c’è un parapiglia, poi i due si staccano e tornano ai loro eserciti. Ne vedo due uscire col trolley dall’hotel, i colleghi africani mi dicono che se ne vogliono andare. Entrano tipi loschi, hanno borsoni enormi. Parlano con i giocatori, se ne vanno. Non mancano le fanciulle. Appaiono all'improvviso, poi spariscono. Pure la hall si è svuotata. Le vedo andarsene un paio d'ore dopo, a passo svelto.

Intanto il tempo passa e sono saltati due allenamenti, ma a nessuno sembra interessare, men che meno al ct, Pfister: lo vedo salire in camera nel tardo pomeriggio con la bottiglia di un liquore che non riconosco, non scenderà più. Adebayor verso le 22 convoca i compagni che si sono ritirati nelle loro stanze. Si mette al centro della hall e parla, ha modi da predicatore. Un collega traduce per me. "Ok" mi dice. "Hanno trovato un accordo. I giocatori avranno i soldi". Quanti? I 150mila pattuiti? Più o meno, mi liquida il collega. Si gioca. I giornalisti del Togo sembrano i più contenti, qualcuno addirittura batte le mani. Vogliono godersi il Mondiale, loro. Il Togo perderà 2-1 a Francoforte contro la Corea del Sud, 2-0 a Dortmund contro la Svizzera e 2-0 a Colonia contro la Francia. Quella sarà la prima e ultima partecipazione ad un Mondiale. Non ho mai saputo se i giocatori hanno avuto i soldi pattuiti. Otto Pfister se n’è andato un minuto dopo la fine del Mondiale, accordandosi con una squadra del Sudan. A ottant’anni - un paio d’anni fa - era ancora nel giro, faceva parte dello staff dell’Afghanistan. Evidentemente non gli piacciono le comodità. Adebayor ha avuto una gran bella carriera, ha giocato nel City, nel Real e nel Tottenham. Prima dell’emergenza Coronavirus era all’Olimpia, in Paraguay. Per qualche anno sono rimasto in contatto con il collega del Togo, poi abbiamo smesso di scriverci. Circa un anno dopo il Mondiale, passando velocemente le agenzie in redazione, lo sguardò si fermò su una notizia: in Togo era successo un casino, un paio di dirigenti della Federazione erano finiti a processo per riciclaggio.