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Bisogna rendersene conto. Bisogna farsene una ragione, magari non cessando di sottolineare le ragioni che hanno portato a questa situazione. Ma il debutto in Coppa Italia ha definitivamente proiettato il Brescia in una nuova era, l'era dell'austerità.
È una parola che va molto di moda ultimamente, e non solo nel calcio. Contro L'Aquila in campo c'erano solo 4 dei protagonisti della scorsa stagione (Budel, Daprelà, Zambelli, Zoboli), l'ultima di un'epoca che difficilmente tornerà. L'epoca dei grandi nomi, del portafogli presidenziale aperto per elargire ingaggi spesso spropositati al curriculum, alle condizioni fisiche e alla resa in campo. Perchè l'anno scorso molte cose si possono imputare a Gino Corioni, non di non aver speso quattrini sonanti per la salvezza.
Il problema è che Corioni li ha spesi male. In primis chiamando e richiamando allenatori. Questo, nel bilancio, può rappresentare un sostansioso risparmio di risorse. E i giocatori? In tutta onestà alzi la mano chi, un anno fa, non benediva il tridente Caracciolo-Eder-Diamanti.
E ora? Caracciolo è ancora qui, ma in partenza. Eder è a Cesena e presto giocherà sul sintentico, come la quantità dei suoi gol al Brescia (6); Diamanti, finito al Bologna, nei giorni scorsi, ha dichiarato: «Ho voluto andare via da Brescia, visto come sono stato trattato a fine campionato».
Sì, meglio che sia finita un'epoca anche per non dover sentire più stupidaggini di questo genere. Brescia a Diamanti ha dato fiducia e amore incondizionati, si è scomodata in paragoni illustri e calcisticamente blasfemi (Baggio), lo ha portato in Nazionale. Diamanti cosa ha dato al Brescia?
ALLA FINE tornare allo stadio per la prima volta dopo la retrocessione è stato meno deprimente del temuto. Di gente ce n'era, anche troppa per la quantità di botteghini aperti, anche se i tifosi devono mettersi in testa che ormai, con il biglietto nominale, arrivare allo stadio con congruo anticipo ormai è una necessità, se si vuol seguire la gara dall'inizio.
I 2.000 presenti hanno riaffermato con orgoglio il loro attaccamento ai colori, la loro brescianità. Sì, anche con i cori della Curva Nord (ma mancavano i Brescia 1911) contro Cristiano Doni e con gli applausi dalla tribuna di persone insospettabili per età e aplomb. C'è una voglia esplosiva di riaffermare con prepotenza la propria brescianità, di restare attaccati alla squadra di una città che con la propria squadra ha un rapporto strano: tutti sanno cosa fa, pochi la seguono direttamente. Questo Gino Corioni lo sa bene e non si stanca di denunciarlo. Ma la società, il pres in primis, deve essere all'altezza di questo desiderio e il portafogli non c'entra.
La campagna abbonamenti annunciata ieri dalla società con prezzi popolari è un buon segnale. Ora tocca ancora al Brescia. Che deve riuscire a cedere i pezzi pregiati (Kone, Caracciolo) per dare a Scienza i rinforzi necessari per una navigazione tranquilla.
Avere sconfitto con irrisoria facilità un'avversaria inferiore di due categorie è un bell'inizio. Facile dire che era facile. E se fosse arrivato un successo risicato o, peggio, l'eliminazione? Si sarebbe, e giustamente, aperto un processo.
Invece, ecco la goleada. Che significa in primis che Scienza sta lavorando bene in condizioni non ideali.. Non ha ancora fatto niente, il tecnico, ma dal niente di inizio ritiro ha dato al Brescia identità e personalità. Ha portato i bresciani a sperare che, con 3-4 innesti mirati (e non onerosi), si può fare un banchetto sontuoso con poca spesa. Perchè questo richiede la nuova era. Dai Diamanti, si sa, non nasce niente.