Quando il sole si nasconde dietro il Cerro Padre Amaya, il cielo di Medellín si infuoca di un rosso aranciato, cangiante come il ritmo delle nubi che veloci sorvolano la Valle de Aburrá. La depressione andina, in cui sorge la Capital de la Montaña, al centro del dipartimento di Antioquia, è il cuore pulsante della regione e al tramonto, quando gli ultimi raggi scagliano i bagliori più accecanti, le ombre si allungano e le alture che la circondano si stagliano fiere come giganti che la proteggono, oscure come minacce che incombono.

Se durante il giorno i colori vividi dei fiori sempre rigogliosi, grazie al clima mite e costante della Ciudad de la eterna primavera, impreziosiscono i ricchi centri de La Playa e Poblado, la notte appartiene alle Comunas periferiche di Medellín. Il proletariato paisa vive costretto ai margini della Valle, abbarbicato sulle alture andine a causa del sovraffollamento della capitale. Il suo sguardo vigile di notte, si costella di milioni di lucine: la coscienza di Medellín, che respira e la sorveglia, come tantissimi occhi puntati ai quali scappare è impossibile.



I Cerros di Medellín sono 7, come i Peccati.

31 Maggio 1989. Gli oltre 10 chili del trofeo più iconico del subcontinente non sembrano assolutamente pesare, quando le braccia forti di Alexis García alzano per la prima volta nella storia la Copa Libertadores de América sotto il cielo di Colombia. I bogotiani sentenziano sovente che i 2.600 m di altitudine della città indicano come Bogotà sia 2.600 m más cerca de las estrellas. Quella notte al Campín, per l’occasione eccezionalmente vestito di biancoverde – a Medellín la capienza del Atanasio Girandot non consentiva di ospitare una finale di Copa Libertadores – si celebrò il successo storico dell’Atletico Nacionál e l’ingresso della Colombia nell’olimpo del calcio Latino. 

I Verdolagas di Medellín, guidati dal genio di Francisco Pacho Maturana, allenatore iconico e visionario, offrivano un gioco evoluto e decisamente innovativo soprattutto per le latitudini subequatoriali. L’organizzazione ‘sacchiana’ del Nacíonal esibiva un fulgido esempio di gestione magistrale degli spazi, proponendo una difesa zonale efficiente, straordinariamente comandata dalla personalità di Andrés Escobar e dall’interpretazione unica del ruolo di portiere da parte del funambolico Higuita. El Loco era un giocatore progressista in grado di essere iniziatore del fraseggio biancoverde, e pedina integrata della difesa a zona del Pacho, impersonando mai come allora il concetto di ‘estremo difensore’.

Dalla cintola in su, l’odontoiatra di Medellín aveva forgiato la sua manovra devota al credo della compattezza, e gli spazi ridottissimi tra i reparti contribuirono a produrre un gioco caratterizzato da scambi veloci e corti, ribattezzato da subito Tempo-Toque, antesignano del cugino Tiki-Taka che Aragonés e soprattutto Guardiola renderanno celebre nel mondo. A 500 km dalla capitale, il delirio contagioso nelle strade di Medellín aveva trasformato la città in un catino di gioia inebriante. Eppure, Medellín non stava bene. Non più. Il motore industriale della Colombia, eccellenza tessile Latina, tanto da meritare l’epiteto di Ciudad texilera de Colombia, si era smarrita quando la cocaina aveva stregato il mondo occidentale. Pablo Escobár, Jorge Vazquez Ochoa e Carlos José Gonzalo Rodriguez Gacha erano i triumviri a capo del cartel de Medellín, la più strutturata e letale organizzazione criminale del paese, che proprio dalla Vale de Aburrà gestiva gran parte del commercio mondiale della polvere bianca.


El Patrón, El Gordo y El Mexicano erano la trinità del terrore, la filastrocca della morte che teneva in scacco la città paisa, riversando nelle sue strade denaro sporco e sangue. A fronte degli iperbolici guadagni del cartello, Gacha fu il principale promotore del riciclaggio della plata investendolo nel calcio. Nel pensiero del Mexicano i pilastri fondamentali per il successo del cartello risiedevano nel credo: soldi per i campesinos, pane per i paisa e pallone per il pueblo. Non stupisce pertanto che il rapporto del ministro Lara Bonilla del 1983 avesse evidenziato come ben sei delle nove squadre professionistiche del campionato colombiano fossero sotto il controllo del narcotraffico. Gacha era il finanziatore occulto dei Millonarios di Bogotá del Pibe Valderrama, mentre le due squadre di Medellín erano sovvenzionate niente meno che dallo stesso Escobár.
 
Anche le Comunas usufruirono degli investimenti del Patrón, il quale costruirà negli anni una cinquantina di campi da calcio nei diversi quartieri popolari della città, alimentando la leggenda del Robin Hood paisa. E in verità l’intuizione del Mexicano fu felice quanto spietata. Mentre i tifosi seguivano con trasporto i successi sportivi del Nacionál, il Cartello inaugurava il suo anno più cruento tra le strade di Medellín e di tutta la Colombia. I tredici atti terroristici di quella terribile stagione di sangue esacerbarono il conflitto tra i narcos e il governo, in una escalation di crudeltà senza precedenti: prima l’attentato sul volo Avianca, esploso nello spazio aereo di Soacha, restituì i cadaveri di 110 persone; poi, un’autobomba piazzata davanti al Dipartimento di Sicurezza Nazionale di Bogotà trucidò 70 persone, ferendone oltre 600. 180 feretri nelle due settimane a cavallo tra novembre e dicembre. Tutti civili. Era finita la leggenda del Robin Hood paisa, e la faccia di Pablo Escobar fu resa nota al mondo, associata all’unico epiteto possibile: criminale.

Questa volta nemmeno lo sport poté distrarre lo sguardo del popolo, e quando il 17 dicembre 1989, l’Atletico Nacionál perse a Tokyo la finale Intercontinentale contro il Milan di Sacchi, Medellín esultava: quel giorno veniva assassinato dalle forze governative il Mexicano Gacha, la prima scossa tellurica scagliata alle fondamenta del cartel. Medellín voleva reagire, rinascere, lasciarsi alle spalle i 15 mila omicidi all’anno, voleva smettere di essere la città più pericolosa del mondo.
27 Luglio 2016. Tra i dislivelli insistenti della Comuna 13 di Medellín le strade si popolano del vociare caotico dei giorni di festa. Anticipano la finale di ritorno della Copa Libertadores, in cui il glorioso Atletico Nacionál proverà a salire ancora una volta sul trono del calcio Latino. Dalla morte del Patrón, la 13, ex roccaforte di Escobar e dei suoi sodali, si è ribellata al suo destino di sangue. I muri del quartiere si sono accesi dei colori sgargianti della vita e il dedalo di murales che sfoggia rappresenta un vanto per la città intera. Nascosto tra un nugolo disordinato di costruzioni, un muro dipinto di verde, ornato dallo scudo rassicurante dell’Atletico Nacionál, protegge un campetto di cemento e recita: ‘rechazo cualquier forma de violencia’.

Sì, Medellín è proprio cambiata. La città si riflette in un articolato sistema infrastrutturale che rappresenta un’eccellenza mondiale, valsa addirittura il titolo conferito dal Wall Street Journal e l’Urban Land Institute: ‘Città più innovativa del mondo’. In particolare, i trasporti eccezionali della città collegano le alture al centro grazie alla splendida Metrocable, mentre i paisa si muovono nelle viscere della valle per mezzo dell’unica metropolitana di tutta la Colombia. La pianificazione sociale redistributiva ha deciso di unire ciò che il narcotraffico aveva diviso. Così le scale mobili che si arrampicano sui Cerros rendono accessibile il centro della città, mentre le costruzioni accidentate, edificate sui pericolosi terreni scoscesi delle alture sono state abbandonate e sono state fornite nuove dimore sicure ed accoglienti.

I parchi-biblioteca mettono a disposizione della popolazione strutture pubbliche a cielo aperto, che quotidianamente offrono corsi gratuiti e promuovono attività culturali. Medellín non è guarita, le ferite aperte da decenni di guerriglia urbana non si sono ancora cicatrizzate, le differenze di classe continuano a marcare un grande divario tra le baraccopoli delle alture e la borghesia del centro. Di notte le strade de la Capital de la Montaña rimangono un luogo pericoloso, dove la media di più di due omicidi al giorno rende ancora periglioso il percorso di redenzione della città. Ma quando Miguel Angel Borja ribadisce in rete la respinta corta del portiere ecuadoreño Azcona, un brivido di emozione pervade l’intero Atanasio Girandot,  ampliato e ristrutturato negli anni per poter ospitare le gare internazionali dei Verdolagas.

La violenza del destro de La Zorrita è l’unico gesto prepotente in una serata di delirio. Una serata che sancisce molto più che la vittoria di una squadra; è il simbolo di rinascita di una città. Tra i coriandoli biancoverdi esplosi al cielo nella notte di Medellín, la felicità specchiata negli occhi lucidi dei tifosi sembra rivendicare finalmente un successo pulito e racconta della consapevolezza di una svolta simbolica: perché sarà difficile, ma ora più che mai la sensazione è che ci sia Medellín y Medellín.

In fondo i Cerros di Medellín sono 7, come le Meraviglie.





(tratto da rivistacontrasti.it)