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Un calciatore condannato ad aprile 2012 a cinque anni di carcere per lo stupro di una ragazza diciannovenne. Ma poi dichiarato non colpevole a ottobre 2016 al termine della ripetizione del processo (retrial), dopo che sei mesi prima la Corte d'Appello aveva annullato la precedente condanna. Per sommi capi questa è la storia di Ched Evans, centravanti gallese classe 1988, condannato quando era all'apice della carriera e stava portando dalla Football League One alla Football League Premiership (cioè dalla terza alla seconda divisione del calcio inglese) lo Sheffield United. E messa in questi termini non vi è alcun dubbio che sia una vicenda di errore giudiziario. Ma dove sta esattamente questo errore? Nella condanna del 2012 o nel lungo percorso che conduce al verdetto di non colpevolezza del 2016?

Con questi interrogativi si misura il nostro Pippo Russo nel suo ultimo libro, in libreria dal 28 maggio. S'intitola “Calcio e cultura dello stupro. Il caso Ched Evans” (Meltemi editore) e affronta una vicenda poco conosciuta in Italia, nonostante che in Inghilterra abbia monopolizzato l'attenzione dell'opinione pubblica e causato violentissime polemiche. Si tratta di un lavoro vasto, che mette insieme diversi piani d'analisi: la storia giudiziaria e il ruolo dei social media nella creazione del clima d'opinione attorno a una vicenda, il profilo pubblico del calciatore e il suo approccio alle relazioni di genere, il ruolo dei mass media e la solidità delle legislazioni a tutela delle vittime di violenza sessuale. E sullo sfondo un fantasma che aleggia: la Rape Culture (cultura dello stupro), una tematica elaborata dal femminismo statunitense Anni Settanta che analizza i meccanismi culturali di minimizzazione delle violenze sessuali e di colpevolizzazione delle vittime. Quanta Rape Culture c'è nel mondo del calcio? E quanto l'auto-percezione dei calciatori, nel modo di condurre le relazioni di genere, è costantemente border-line?

Per i molti che non la conoscono, la vicenda giudiziaria di Ched Evans è rapidamente riepilogata. A fine maggio 2011 l'attaccante viene fermato dalla polizia gallese assieme a un altro calciatore, il difensore Clayton McDonald, suo ex compagno nelle giovanili del Manchester City. I due sono accusati di avere fatto sesso con una ragazza diciannovenne il cui tasso alcolico, come confermano le testimonianze raccolte in fase d'indagine, è nettamente fuori controllo. Ciò che pone le condizioni perché sussista la violenza sessuale, perché la giovane non è in condizioni di esprimere consenso cosciente e consapevole. La ragazza viene poi abbandonata nella camera d'albergo in cui tutto quanto è avvenuto. Si risveglierà nella tarda mattinata senza ricordare come sia finita lì e cosa sia accaduto nelle ore precedenti. Un punto da tenere sempre presente, questo: la ragazza non denuncerà mai uno stupro, ma si limiterà a dichiarare di non ricordare nulla di quella notte. Al termine del processo del 2012 Ched Evans verrà condannato a cinque anni di carcere (sarà scarcerato dopo aver scontato metà della pena, a ottobre 2014, e messo in regime di libertà vigilata) mentre Clayton McDonald viene assolto.

Dal momento in cui Ched Evans viene condannato si scatenano gli haters. Che su Facebook e soprattutto su Twitter coprono d'insulti e minacce di morte la ragazza. Il nome di quest'ultima è ignoto (per le cronache giornalistiche è X), come stabilisce la legislazione britannica a tutela delle donne che subiscono o denunciano violenza sessuale e si vedono garantita “lifelong anonimity”. E invece sui social media il nome e il cognome della ragazza vengono rivelati a ripetizione. La giovane donna è costretta a cambiare due volte nome e cognome e cinque volte indirizzo di casa, ma stando sempre lontano dalla sua cittadina perché lì è troppo alto il rischio di essere rintracciata. Si ritrova condannata a un ergastolo civile. A prenderla di mira sono soprattutto tifosi dello Sheffield United, che vedono la loro squadra afflosciarsi e perdere una promozione quasi sicura. E poiché tutto ciò succede dopo che i Blades vengono privati del loro calciatore, il meccanismo di colpevolizzazione della ragazza scatta immediatamente.
Da quel momento in poi i social media diventano l'arena dei peggiori istinti che si concentrano intorno alla vicenda. L'odio si scatena a ondate successive e si ripropone quando Ched Evans viene scarcerato a metà pena e spera di tornare in campo. È quello il momento peggiore della vicenda, come sottolinea Pippo Russo. Il web distilla gli umori più neri, con sostenitori e avversatori di Ched Evans a scagliarsi addosso minacce di morte e l'augurio di subire stupro. Ma intanto la macchina che pressa per la riabilitazione di Ched Evans mette a segno il punto decisivo, ottenuto anche grazie alle ingenti somme di denaro messe a disposizione dal ricchissimo suocero (Karl Massey, imprenditore del ramo preziosi): 50 mila sterline per ogni testimonianza che porti prove buone a ribaltare la posizione giudiziaria dell'ex centravanti dello Sheffield United. Infine quelle prove arrivano. E secondo l'interpretazione di una Corte d'Appello esse rientrano nel ristrettissimo solco delle eccezioni possibili rispetto a uno dei divieti previsti dalla legislazione penale inglese in materia di violenza sessuale: il divieto di fare entrare nel processo la storia sessuale della vittima e le testimonianze di terze parti. Perché ammettere certe prove significa spostare il tema del processo dai fatti che sono oggetto del procedimento alla reputazione della vittima.

Dunque a ottobre del 2016 Ched Evans viene giudicato non colpevole (e non “innocente”, gravissima imprecisione che tuttora è leggibile in molte pagine web italiane). Da pochi mesi aveva già ripreso a giocare nel Chesterfield. E la sua vicenda giudiziaria, lasciato lo spazio della cronaca, prende a occupare gli articoli e i saggi accademici di diritto, sociologia, media studies. Accompagnata da un severo giudizio dato da molti esperti: la sentenza del 2016, conseguenza dell'eccezione consentita all'impianto della legge, rischia di riportare indietro di trent'anni la legislazione inglese sulla tutela delle vittime di stupro e di essere per loro un fortissimo disincentivo alla denuncia.
Il libro di Pippo Russo ricostruisce minuziosamente i fatti e il dibattito, ponendo molta attenzione al modo in cui i mass media hanno costruito la rappresentazione degli eventi man mano che questi si sviluppavano. E l'operazione viene condotta seguendo un'ambizione di fondo dichiarata dall'autore all'inizio del testo: fare incontrare gli approcci dell'inchiesta giornalistica e dell'analisi sociologica. Operazione a nostro avviso riuscita.

(Pippo Russo, “Calcio e cultura dello stupro. Il caso Ched Evans”, Meltemi editore, pagine 392, 22 euro).