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Caro Michele… Caro Leo… lettere d’amore per l’Inter e la fierezza dell’esserne tifosi

Caro Michele… Caro Leo… lettere d’amore per l’Inter e la fierezza dell’esserne tifosi

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È un momento d'oro per l'Inter. La squadra di Inzaghi veleggia in testa alla classifica, stravince i derby ed è pronta a rituffarsi nell'avventura della Champions League, sfumata sul più bello nella passata edizione. A celebrare i nerazzurri arriva anche un nuovo libro, "Romanzo Inter", edito da Minerva Editore e scritto dal giornalista Michele Brambilla e dall'opinionista di Sky e vecchio amico di calciomercato.com, Leo Turrini. A impreziosire il prodotto anche la prefazione di Massimo Moratti e la postfazione di Roberto Boninsegna

Vi proponiamo un capitolo del lungo racconto, uno dei più recenti: quello che racconta della finale di Champions persa, qualche mese fa, con il Manchester City.

e poi, poi, caro Michele, viene il giorno in cui scopri, definitivamente nonché irreversibilmente, perché è bellissimo essere interisti per sempre. Meglio: viene la notte. La notte di Istanbul. 10 giugno 2023. Io c’ero. C’ero e nella overdose d’amore fatta di un rimpianto eterno, ho capito. Ho capito che c’è davvero qualcosa di vagamente soprannaturale, nel nostro senso di appartenenza. L’ho compreso nel punto estremo del dolore: perché avevamo appena perso la finale di Champions, nonostante non fossimo stati inferiori al mitico, ricchissimo sardanapalesco Manchester City, il club che ai petrodollari di Abu Dhabi somma il genio sottile di Pep Guardiola, l’allenatore. Ho capito chi siamo e cosa siamo noi interisti partecipando al coro della metà dello stadio innamorata della Beneamata. Giuro: sembrava avessimo vinto! Giuro: c’era una simbiosi perfetta tra le lacrime dei nostri giocatori e il boato che saliva dalle viscere di un popolo. In quell’urlo collettivo, straziato e straziante, si esprimeva il senso di una vita. Tu mi dirai: si’, ma abbiamo perso e dopo un po’ di una finale si rammenta solo il nome di chi ha alzato la Coppa. No, invece. È vero, per carità: lo Zanetti del Bernabeu non ha trovato un erede, tredici anni dopo. È vero, Romelu Lukaku si è mangiato il gol che avrebbe gettato nel panico i Cittadini di Manchester. Ma non è affatto vero, come scioccamente non a caso si ostinano a declamare gli juventini, che vincere è l’unica cosa che conta. Questa teoria, in realtà, è la madre di tutti i soprusi. E noi interisti ne siamo perfettamente consapevoli. Ecco: quella notte a Istanbul mi sono reso conto che una sconfitta gloriosa può valere, ancora e sempre, più di qualunque successo taroccato. Noi siamo l’Inter e siamo l’Inter perché teniamo insieme il raziocinio e la follia, l’abitudine e la sorpresa, l’equilibrio e la vita spericolata (mica per niente Vasco è uno di noi!). Siamo solo noi (ancora Vasco). Solo noi potevamo arrivarci, alla notte di Istanbul, passando attraverso incredibili sconfitte contro Empoli, Spezia, Monza, Fiorentina, Bologna. E mentre in campionato accumulavamo disastri, in contemporanea sul palcoscenico europeo facevamo fuori il Barcellona, il Porto, il Benfica, il Milan (saldando così, come sai, un conto col Diavolo aperto da vent’anni, dal doppio derby di Champions del 2003). Mentre assistevo in tempo reale a questo delirio, degno del dottor Jekyll e di Mister Hyde, in me si era affermata una sciagurata, insensata convinzione. Questa: Simone Inzaghi è come la pubblicità di quel caffè (turco, pensando appunto ad Istanbul): più ti butta giù in serie A e più ti tira su in Champions. A lui, a Inzaghi, al personaggio chiamato all’improvviso a raccogliere l’eredità pesante di Conte, non può non andare una gratitudine perenne: chi c’era alla finale del 10 giugno 2023 non dimenticherà, così come non svanirà il ricordo dello stoicismo di Onana, Bastoni, Darmian, Acerbi, Di Marco, Dumfries, Brozovic, Barella, Chalanoglu, Lautaro, Dzeko, Lukaku, Bellanova, Gosens, D’Ambrosio, Mikhitaryan. D’accordo. Non hanno battuto il Manchester City. Non hanno alzato la Coppa con le orecchie. Non hanno dato un successore ad Armando Picchi e a Javier Zanetti. Eppure, hanno fatto qualcosa di più. Hanno reinterpretato in chiave calcistica lo slogan caro a Benedetto Croce. Scriveva il filosofo: perché non possiamo non dirci cristiani. Scriviamo io e te, insieme e a nome di milioni di compagni di fede: perché non possiamo non dirci interisti. Istanbul ci ha trasmesso l’incrollabile certezza finale. E adesso, caro Michele, proviamo a recuperarlo alle origini, il filo delle nostre vite in nerazzurro. Ps. Comunque la prossima volta devi venire anche tu, a vedere una finale. Non è andata bene come Parigi 1998 e Madrid 2010, ma ti giuro che farei la firma per rivivere tutto, pur conoscendo l’epilogo infelice. Perché siamo solo noi. Perché noi siamo l’Inter.

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