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Sindrome da Bentegodi. Funziona più o meno così: il Chievo, quando gioca in casa, si irrigidisce, perde forza e brillantezza. I muscoli e le idee si arricciano. La splendida tonicità proposta in trasferta diventa ricordo antico. E alla fine i punti restano agli altri. Prendiamo le prime partite di stagione al Bentegodi. Subito una vittoria contro il Catania. Sofferta, ma importante. Poi, però, solo sconfitte. Uguali nel punteggio: 1-0 contro Brescia e Lazio. Il Chievo in casa non si ritrova. Anzi, si perde. E qui allora sorge spontanea la domanda: perché in trasferta la banda Pioli ruggisce al cospetto delle grandi e tra le mura amiche diventa piccola piccola?

'Questione anche di atteggiamento' hanno detto dalle parti di Peschiera. Nel quartier generale dei 'mussi volanti' si tratta la sindrome con grande delicatezza. O meglio: a sentire i gialloblù la sindrome non esiste. Ma quando il Chievo viene messo in condizione di non innescare il contropiede, specialità della casa, allora tutto si fa più difficile. I veronesi faticano a tessere trame di gioco che prevedono una rete di passaggi infinita con innesco a sorpresa. E poi, quando gli avversari si chiudono, aspettano, ripartono, rischiano seriamente di mettere in difficoltà i gialloblù.

L'antidoto? Pioli la pensa così: 'Non tutte le partite sono uguali. Se gli spazi non si creano, dobbiamo andare a crearceli da soli. A volte serve maggiore pazienza, tanta forza, e senso di sacrificio'. Altrimenti il rischio è di passare per malati immaginari.