Il 20 febbraio di trentanove anni fa, alle 11.47, in una camera di ospedale a Trieste l’uomo dischiuse per un momento gli occhi e al figlio Tito che gli teneva amorevolmente la mano tra le sue sussurrò: "Ti, mona, dame el tempo". Era la frase che aveva ripetuto migliaia di volte in panchina rivolgendosi al suo secondo, specialmente Cesare Maldini, per sapere quanto mancasse alla fine della partita. La sua, quella di Nereo Rocco indimenticabile paròn, si stava concludendo in una giornata di sole pieno e di bora. L’angelo fischiò tre volte e lui partì con destinazione "immortali". Il calcio aveva perduto un autentico maestro, il mondo un galantuomo e la Storia si era assicurata una nuova leggenda.

Ciao, paròn, da quanto tempo! La trovo in gran forma, lei e i suoi amici.
"Anche qui a menarme il clinz. Boia non te vedi che sto preso a far la scopa. E poi da dove spunti?".

In missione per conto della nostalgia, mister. Dica ai suoi amici Brera, Pianelli e Ferrini di avere pazienza. La partita a carte la finite dopo. Tempo ne avete.
"Non hai memoria, mona de un mona che sei, si ti me chiami mister. Vietato a tutti i miei giocatori. Mi son il signor Rocco, gli dicevo. E poi a parlar se scalda la bottiglia di gassosa".

Diciamo al Cavalca di portarne una nuova e ben ghiacciata. Come faceva tutte le sere a cena nel ristorante di Padova.
"La mia casa. Mia e dei miei amici. Pura ti, qualche volta, se mi ricordo bene".

Ora è cambiato tutto. È una trattoria come tante.
"Mica solo lei è cambiata. Tutto e non in bene. Non ti invidio proprio".

E lei che ne sa?
"Ogni tanto mi diverto a dare un’occhiata sotto per vedere cosa succede. Non è un bello spettacolo. Meglio giocare a carte con i miei amici".

Il pallone continua a rimbalzare, però.
"Se quello di oggi è il calcio della gente e per la gente, mi son una mula. La mia Triestina, povera. Il mio Padova che pare un vecio. Le lezioni dei miei figli e nipotini, il Trap o il Radice, tutte dimenticate. Il rumor degli sghei se sente fino qui".

Ha visto il Milan, per caso?
"Quello con gli occhi a mandorla? Certo. Ne parlavo con il mio amico Gipo Viani. Oggi Jannacci non scriverebbe certamente una canzone per i rossoneri".

Con Gattuso va meglio, però.
"Un terun. Un grande terun. L’unica cosa positiva che hanno fatto questi cinesi. Il Milan senza il cuore non può andare da nessuna parte. Lui, Rino, ha saputo parlare ai suoi giocatori proprio come facevo io. Nessun amico, ma tutti figli".

Uno più di tutti, Gianni Rivera.
"L’uomo che avrebbe potuto evitare che il calcio si trasformasse in una macchina politica e disumanizzante. Invece lo hanno tenuto fuori per mantenere le loro poltrone".

Ci sarebbe una squadra oggi che le piacerebbe allenare?
"Il Toro. Ho lasciato una parte di me stesso in quegli spogliatoi del Filadelfia. Ci tornerei. A patto che si potesse giocare ancora al Filadelfia e se con me venissero anche Cesare Maldini e Giorgio Ferrini".

Il potere è sempre della Juve.
"Non cambierà mai. L’Avvocato Agnelli continua a dare disposizioni anche da quassù".

L’Inter, cinese anche lei, sta nuovamente toppando.
"Le manca il Gattuso di turno in panchina. L’uomo che parla al cuore. Se dovesse arrivare Zenga le cose potrebbero cambiare".

Ha qualche desidero particolare, paròn?
"Se che te levi da clinz e me lasci tornar a le carte e a la gassosa".