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Respinto con perdite. Una sentenza della Terza Sezione Civile del Tribunale di Bologna, emessa il 3 luglio scorso, ha rigettato le richieste di risarcimento avanzate da Bologna Football Club 1909 contro La Repubblica, il suo ex editore GEDI, il suo ex direttore Mario Calabresi e il giornalista Simone Monari. Alla società rossoblu toccherà anzi pagare 26 mila euro di spese legali. E si tratta di un'ottima notizia per chi fa giornalismo investigativo. Perché le parole scritte nella sentenza dal giudice Cinzia Gamberini contengono frammenti di una grande lezione sulla libertà di stampa, e sul diritto-dovere del giornalismo a indagare e a porre interrogativi su questioni di interesse pubblico. Anche quando c'è di mezzo il mondo del calcio.

Il caso ha origine da una serie di articoli pubblicati a luglio 2017 dall'edizione bolognese di la Repubblica e firmati da Simone Monari. In quei testi venivano sollevati interrogativi sul rapporto fra Bologna Football Club 1909 e gli intermediari di mercato, specie per ciò che riguarda il pagamento delle commissioni sui trasferimenti. Ma venivano sollevate eccezioni anche riguardo a situazioni promiscue nel settore marketing. Tutto quanto dettagliato da Monari a partire da una scrupolosa consultazione di documenti ufficiali. Inoltre il giornalista si è avvalso di alcune imbeccate fornite da persone informate sui fatti. Soggetti rimasti anonimi negli articoli e durante le fasi successive della vicenda, come stabilisce uno dei fondamentali principi deontologici del giornalismo che impone la tutela delle fonti. Dunque un lavoro giornalisticamente scrupoloso, ineccepibile. Che però in quei giorni mandò in fibrillazione la società rossoblu.

Il direttore sportivo Riccardo Bigon convocò una conferenza stampa e si presentò coi documenti degli accordi sottoscritti con gli agenti. Li lesse per dimostrare che le cifre riportate da Monari erano erronee, perché molti dei compensi pattuiti erano legati al verificarsi di determinati obiettivi di rendimento, alcuni dei quali piuttosto remoti da raggiungere. Ciò che in realtà Monari aveva precisato nei suoi articoli, e comunque non smentiva il fatto che il Bologna fosse disposto a spendere quelle cifre per intero. Quest'ultimo aspetto, secondo l'autore dell'articolo, andava in contrasto con la politica di una società che si diceva impegnata in un'opera di spending review. Una critica che ai dirigenti rossoblu non è proprio andata a genio. Così come non è stato apprezzato il riferimento al numero di amministratoti che in quel periodo avevano sede a Roma. Ma nel loro atto di citazione i dirigenti di Bologna Football Club 1909 hanno trovato a ridire persino sui termini utilizzati da Monari a proposito del summit, tenuto in Canada durante quei giorni di luglio 2017, fra il presidente e patron Joey Saputo, l'a.d. Claudio Fenucci e il componente del CdA, Luca Bergamini.

A giudizio dei legali di Bologna Football Club 1909 e Fenucci, l'uso nell'articolo giornalistico di termini e espressioni come “convocato” e “dare conto”, relativamente a quel summit, “avrebbe creato nei lettori la falsa impressione (e quindi la falsa notizia) che il Fenucci sarebbe stato chiamato in Canada dal Presidente per dargli spiegazioni sulle irregolarità contabili avvenute nella società, e che tra i due ci sarebbe stato un conflitto, in realtà inesistente”. Siamo dunque alla filologia della diffamazione, condotta su parole assolutamente innocue dalle quali si riesce a distillare un contenuto denigratorio. Una tentazione che per fortuna il giudice Cinzia Gamberini ha rigettato.
Le 20 pagine di sentenza contengono sia elogi al metodo di giornalismo investigativo usato da Monari che bacchettate a Bologna Football Club 1909. Fra le tante critiche troviamo: la mancata produzione di documentazione ulteriore sul pagamento dei compensi degli agenti, ciò che sarebbe servito a capire se e quanto ci si sia avvicinati ai massimali previsti dagli accordi e riferiti da Monari; la mancanza di un parametro di calcolo della cifra da 1 milione di euro in danni di immagine che i ricorrenti Bologna Football Club 1909 e Claudio Fenucci ritenevano di avere subito, e che con somma generosità promettevano di devolvere all'Associazione Bimbo Tu Onlus di Bologna; soprattutto, una squisita scudisciata a proposito dello scarto fra le cifre massimali previste nei contratti stipulati con gli agenti e quelle che si riteneva ragionevole dovessero essere pagate.
Nella conferenza stampa tenuta da Bigon a luglio 2017 questo argomento era stato particolarmente sottolineato. Si diceva che fin lì per Petkovic erano stati pagati 40 mila euro e non i 400 mila totali, che per Musto erano stati pagati 50 mila euro e non 150 mila, che per Uhunamure ne erano stati pagati 20 mila e non 170 mila, che per Okwonkwo ne erano stati pagati 262.500 e non 700 mila, che per Sadiq ne erano stati pagati 80 mila e non 700 mila, e che infine per Vassallo era stato pagato nulla anziché 300 mila. Rispetto a questa linea argomentativa abbiamo già riportato parte della risposta data nella sentenza: Bigon fotografava la situazione a luglio 2017, ma di ciò che è stato da quel momento in poi nulla si sa, né Bologna Football Club 1909 ha avuto premura di fare chiarezza. Ma il testo della sentenza va oltre e demolisce definitivamente l'argomentazione del “tanto quelle cifre ben difficilmente sarebbero state pagate”. Riportiamo testualmente i tre capoversi in questione:

“Inoltre, se certamente è possibile che le condizioni non si verifichino mai, è altrettanto possibile, tuttavia, che possano venire ad esistenza tutte quante, con ciò spiegandosi la ratio di pagamenti suddivise in fasce di importi, da corrispondersi all’accadere di determinati eventi. 
Del resto, è difficile pensare che la dirigenza del Bologna F.C. abbia predisposto dei contratti con i procuratori delle parti già sapendo a priori che le condizioni sospensive inserite non sarebbero mai avvenute, anzi la speranza di club sportivi è sempre quella che i giocatori acquistati “sfondino” e diventino un asset di valore nella rosa della squadra. 
Sarebbe, anzi, più lesivo del buon nome della società rossoblù se, come sembra affermare la sua difesa, emergesse che abbia pattuito somme, che già a priori non aveva intenzione di sborsare, perchè sottoposte ad una condizione che già al momento della stipula sapeva che non sarebbe mai venuta ad esistenza, condotta che sarebbe poco seria e contraria al canone di buona fede.”

Un ceffone sonoro, per un rossore da portare in giro senza accompagnarlo al blu.
@pippoevai