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Il giudice Piero Sandulli, presidente della Corte Sportiva d’Appello FIGC, incaricata di decidere in merito al ricorso del Napoli contro il 3 a 0 a tavolino con la Juventus, ha detto: “la classifica non può essere scritta dal Covid”. Una frase che ha fatto molto discutere per una certa “mancanza di riservatezza”. Ma la dichiarazione, a ben pensarci, va al di là del Campionato perché la classifica, e non solo in Italia, è scritta in parte, proprio dal Covid.

Ci sono state e ci saranno squadre decimate dal virus, l’Inter e la stessa Juventus si sono presentate in Champions senza giocatori importanti, l’AZ Alkmar è riuscito nell’ impresa di battere il Napoli, a ranghi ridottissimi. Nel caso, magari qualcuno lancerà il paradosso che la pandemia risulta più brava di alcuni allenatori, però la storia è diversa: non solo la classifica, il Covid scrive la nostra vita e disegna la nostra ansia. Il punto è conviverci al meglio.

In fondo, una volta tanto, il calcio è stato in grado di indicare una via,
che non può non essere un compromesso: tamponi, bolle, isolamenti e impegno a giocare. Però poi, siccome le cose cambiano, anche qui nasce la tentazione di variare, di non giocare, di rimandare, di ritoccare…

Se ci spostiamo dall’ambito calcistico (più ricco economicamente e ristretto, quindi più semplice) a quello sociale, ecco che tutto si complica: vorremmo avere certezze, indicazioni e, comprensibilmente, rassicurazioni. Ma siamo costretti a vivere in un relativo arrembante, con decreti settimanali, orari mobili, malati in crescita, terapie intensive in aumento. E soprattutto siamo bombardati da opinioni che confliggono: un epidemiologo dice che non bisogna esagerare con l’allarmismo, un clinico che le corsie si stanno riempiendo, un immunologo che il vaccino non è lontano né vicino, un filosofo vorrebbe poche regole severissime, per un altro il Covid ci costringe alla schiavitù, un politico si straccia la mascherina, un suo collega se ne mette due.
È vero, parlano in molti, forse in troppi e i media c’inzuppano il pane: ognuno fa lo stesso articolo, la stessa trasmissione con ospiti diversi e il medesimo risultato: una babele di opinioni contrastanti, che alla fine, ci confondono, lasciandoci preda dei nostri dubbi. Le scuole? I trasporti? Il lavoro? E giù per li rami con un dibattito sempre più frammentato, con normative annaspanti.

Potrebbe essere diversamente? Va così negli altri Paesi? Dipende. In Cina la militarizzazione, possibile in una certo regime, evita discussioni e opinioni; nelle democrazie la dialettica si sprigiona proprio sui contrari, lasciandoci in balia, appunto, della libertà, madre d’incertezza. Talvolta vorremmo contrattarla questa libertà con qualcosa di più rigido e coercitivo: ricordate il paradosso di Dostoevskji che “la libertà si trova solo in prigione” e il suo famoso capitolo sul Grande Inquisitore, il quale prometteva la felicità agli uomini perché togliendo la libertà, avrebbe dato loro la sicurezza di non essere corrosi da alcun dubbio? Appunto, certezza contro libertà, limite contro possibilità, chiarezza contro complessità.

Certo, forse in campo scientifico dovrebbero parlare in pochi o addirittura uno solo, però esiste, appunto, la libertà d’opinione, la scienza è specializzata (va quindi raggiunta una sintesi) e le soluzioni si trovano dopo molti confronti. Solo alla fine d’un lungo, specifico percorso sperimentale, ricco di fallimenti, si giunge a un risultato, che noi invece nell’emergenza, vorremmo immediato. Certo, la politica dovrebbe forse essere più determinata e unita, ma non esistono una maggioranza e un'opposizione, un governo centrale e tanti governi regionali? Un ministro della sanità e tante sanità autonome?

In fondo, il calcio ha offerto un esempio col suo protocollo, a patto che tutti lo vogliano rispettare, pur sapendo che oggi più di prima siamo costretti a vivere nell’epoca dell’incertezza.