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Chiedere cittadinanza alla maglia n.10 una volta significava caricarsi sulle spalle molta responsabilità. Ci volevano sfrontatezza, coraggio, una forte dose di autostima e - soprattutto - la fiducia dell’allenatore, che quando ti consegnava quella maglia ti offriva al contempo le chiavi per la gloria. Molti dei più grandi campioni della storia, da Pelè (a proposito la n.10 è nata con lui, ad assegnarla al ragazzino 17enne del Brasile fu un funzionario della Fifa che distribuì a caso la numerazione al Mondiale del 1958) a Maradona, da Rivera a Baggio, da Totti a Del Piero: siamo nel territorio sconsacrato della leggenda. Con l’introduzione della numerazione «a random», dall’1 al 99; la 10 ha perso un po’ del suo fascino, e il numero è diventato uno tra i tanti, solo più bello da vedere.

Se diamo un’occhiata alla Serie A 2019-2020 ci accorgiamo che - tra i tenutari della numero 10 - c’è chi la merita di sicuro per il curriculum e i colpi in canna e c’è chi invece la indossa per un qualche misterioso motivo. Il «Papu» Gomez rientra sicuramente nella prima categoria: il talento dell’argentino giustifica la scelta. A proposito: ci sono altri tre argentini ad avere il 10 sulle spalle. Uno è Dybala, e nessuno può aver qualcosa da dire. Se c’è oggi in Serie A un giocatore, anzi un 10 fuori catalogo e vicino ai colleghi del passato per vastità del repertorio, è proprio lui, l’asso della Juve. Ci aspettiamo buone cose anche da Emiliano Rigoni, argentino della Samp che ha scelto la 10 - tenetevi forte - perché vuole essere protagonista come l’eterna bandiera blucerchiata, Roberto Mancini. Auguri, non sarà facile.

Se con lo spagnolo della Lazio Luis Alberto il 10 trova riassunte fantasia e geometrie e se il brasiliano Joao Pedro può sicuramente accreditarsi tra i veri 10 del campionato, con Lautaro Martinez il numero acquista valenze più offensive, perché trattasi di attaccante puro. Meritano il 10 sia lo spagnolo Iago Falque («Il 10 è una maglia che ti dà responsabilità, e io me le prendo», ha detto) che De Paul (e siamo a cinque argentini). Al Genoa credono molto nelle doti di Sinan Gumus, il tedesco di origini turche che arriva in Serie A dopo un quinquennio con il Galatasaray. Appena arrivato a Firenze, invece, Boateng ha chiesto la 10, che in terra viola, da Antognoni a Baggio, significa molto. Non è un 10 classico Calhanoglu, così come va detto che il brasiliano Hernani ha bisogno di trovare le giuste coordinate del nostro campionato prima di potersi dimostrare meritevole di tale maglia. Un potenziale 10 d’altri tempi è sicuramente Djuricic, il trequartista ambidestro del Sassuolo. Il serbo giramondo (ha cambiato 9 squadre in dieci anni di carriera) contempla nel proprio repertorio l’imprevedibilità tipica di un ruolo - quello del trequartista - cancellato da molte squadre. Dovrà trovare spazio, sgomitando tra i diktat tattici di De Zerbi.

I quattro italiani con la 10 sono Sansone (Bologna), Falco (Lecce), Floccari (Spal) e Di Carmine (Hellas Verona): il primo è un esterno d’attacco, il secondo un fantasista di piede mancino abile a svariare su tutto il fronte d’attacco, il terzo il leader della squadra, il più esperto e quindi anche uno dei pochi a poter avanzare pretese in merito alla 10, il quarto una punta. Sono tre invece le squadre che non hanno assegnato la maglia numero 10. Brescia, Napoli, Roma. Cioè: Baggio, Maradona, Totti. Ritirare la maglia significa sottrarla al futuro, relegandola in un passato glorioso e leggendario, ma pur sempre passato. Sono scelte, se ne può discutere.