Nel linguaggio calcistico, per modulo si intende l'impostazione della disposizione in campo dei giocatori di una squadra, a seconda del numero di essi in difesa, centrocampo e attacco: i tipi di modulo possono essere discriminati dal tipo di difesa adottata, il reparto da sempre più delicato. Una diatriba che quindi spesso si riduce alla differenziazione tra difesa a 3 e difesa a 4. Quando gli allenatori parlano di 11 giocatori che vanno in campo a prescindere da una conformazione tattica dettata dai numeri, spesso mentono. 

IL 3-5-2, DA BILARDO A CONTE - Il 3-5-2, spesso criticato nell'ultimo periodo perchè caratteristico degli allenatori meno portati al cambio di modulo, è in realtà il sistema che consente di coprire al meglio il campo di gioco: i ruoli fondamentali di tale modulo sono gli esterni del centrocampo, cui è richiesto il contributo in fase difensiva ed offensiva. Il modulo deriva dalla zona mista, schieramento molto in voga negli anni 1970 e anni 1980. L'Argentina di Carlos Bilardo campione del Mondo nel 1986 utilizzava questo schema per esaltare le doti tecniche di Maradona e le capacità di incursore di Burruchaga. Il nostro Nevio Scala portò il Parma a vincere una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe,  una Supercoppa UEFA e una Coppa UEFA: fu la prima provinciale che riuscì ad incantare l'Italia e l'Europa grazie al lavoro svolto dagli ottimi esterni, Di Chiara e Benarrivo, dall'incursore Dino Baggio e dall'ottima coppia offensiva composta da Asprilla e Zola. La stessa Juventus, regina d'Italia, ha avuto in Marcello Lippi prima e Antonio Conte poi due maestri del 3-5-2. Fino ad arrivare a Mazzarri, artefice della rinascita del Napoli, basato sulla corsa degli esterni Maggio e Zuniga e sull'estro di Lavezzi e Cavani: all'Inter l'insuccesso è arrivato proprio per l'eccessivo voler puntare su questo schema di gioco, che nel club nerazzurro non poteva confidare negli interpreti giusti.

IL 4-4-2, DA SACCHI A MANGIA - Non si può parlare di questo modulo senza citare Arrigo Sacchi (foto notizietiscali.it), il profeta di Fusignano, autore dell'ultima rivoluzione del calcio italiano: quando fu chiamato ad allenare il Milan da Silvio Berlusconi, impose alla squadra un cambio di modulo, passando dal classico catenaccio italiano all'innovativo 4-4-2: assoluta attenzione alla fase difensiva, forsennato pressing a centrocampo, introduzione del cosiddetto calcio totale della Nazionale olandese. Bottino: uno scudetto, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali. Progetto poi proseguito da Fabio Capello, che cambiò qualcosina rispetto al predecessore, ma ottenne gli stessi risultati. Un modulo, il 4-4-2, che è sempre stato adottato dalle scuole più diverse: dalla Sampdoria di Boskov, campione d'Italia nel 1990, al Brasile di Parreira, campione del Mondo nel 1994, fino ad arrivare all'Arsenal di Wenger mai sconfitto in Premier nel 2003 e alla Lazio di Eriksson, senza dimenticare il 4-4-1-1 riveduto che con Marcello Lippi ha portato in Italia l'ultimo Mondiale, nel 2006. L'ultimo discendente di Sacchi è sicuramente l'allenatore del Bari, Devis Mangia: utilizza il modulo tattico 4-4-2 in modo dinamico, ovvero con possesso palla, fraseggio corto, palla quasi sempre bassa e squadra molto corta.

IL 4-3-3, DA HAPPEL A ZEMAN - Questo modulo nasce come conseguenza "difensivista" dal 4-2-4 del Brasile degli anni cinquanta; l'aggiunta di un centrocampista in mezzo al campo permette una maggiore copertura difensiva, senza compromettere la propensione offensiva della squadra. Fu utilizzato dagli anni '60, a partire dal Feyenoord campione d'Europa di Ernst Happel, che si basava sul genio di van Hanegem. Il Barcellona di Johan Cruijff, vincitore della Liga nelle stagioni per 4 stagioni di fila e della Coppa dei Campioni 1991-1992, puntava sulle tre punte, come d'altronde anche il Barcellona di Josep Guardiola, tra il 2008 e il 2012, autore dell'utlima vera rivoluzione del calcio mondiale: l'introduzione del tiki-taka. Senza dimenticare colui che del 4-3-3 è da sempre il maestro: Zdenek Zeman, che predilige un gioco offensivo abbinato al ricorso a ripetute verticalizzazioni e alla palla giocata bassa. Un uomo capace di regalare sogni, partendo dai numeri: a Foggia, Roma e Pescara non lo dimenticheranno mai.