Ci sono matrimoni d'amore e matrimoni d'interesse. Quello tra James Pallotta e la Roma è un matrimonio assai strano, perché ha tutta l'aria di non assomigliare a nessuno dei due, e certe volte si ha come la sensazione che non sia neanche qualcosa a metà tra i due. Troppi infatti sono i punti oscuri, le mancanze, le assenze e persino i dispetti, tra un presidente che fino a poco tempo diceva apertamente di odiare il calcio e una tifoseria che invece da sempre è conosciuta – o almeno lo era - come una delle più passionali in Italia e nel mondo. Pallotta sin da subito aveva lanciato una linea programmatica, facendo leva sull'immortalità e la grandezza eterna di un nome: quello di Roma, che negli USA ha sempre suscitato un fascino particolare, visto che da quelle parti si sentono degni (?) eredi di un certo imperialismo. Aveva riscaldato gli animi di una tifoseria parlando di una sorta di piano quinquennale, alla fine del quale sarebbe dovuto arrivare uno scudetto, o quanto meno un trofeo. Aveva soprattutto promesso grandeur, parlando della Roma come una delle future regine internazionali, ma aveva fatto tutto questo confondendo evidentemente la grandezza di Roma con quella della AS Roma, tanto che a tal proposito, decise di imporre un restyling dello stemma, nel quale appunto compariva solo Roma senza AS. A dimostrazione del fatto, che da buon americano, cresciuto a pane e peplum Hollywodiani, mal sopportava quella (per lui) strana sigla.

LA SCISSIONE - E cosi da lì in poi si creò una vera e propria scissione all'interno del Romanismo, con da una parte l'ala più tradizionalista, legata ad un calcio fatto di odori e atmosfere colorate di un giallorosso acceso, come quello della Maggica degli anni '80 e dello scudetto di Falcao, ma anche dell'epopea Tottiana e dello scudetto del 2001. Dall'altra invece un'ala più moderata e modernista, composta soprattutto da tifosi stufi di veder vincere sempre gli altri e che quindi si era fatta ammaliare non poco dalle promesse di grandezza di un presidente, che finalmente sarebbe stato in grado di portare Roma sul tetto del mondo. La realtà però, in questi sette anni di Roma americana è andata ben diversamente, e i tifosi hanno cominciato a tirare le somme, accorgendosi che nel frattempo dello scudetto non si è vista nemmeno l'ombra, e a dir la verità neanche di un trofeo. Per quanto riguarda lo stadio, non è stata posta neanche la prima pietra e - ammesso che ciò accadrà mai - si tratterà comunque di uno stadio che non sarà neanche patrimonializzato a favore della società. Le cose, però, non sembrano essere rosee neanche a livello finanziario, visto che nell'ultima sessione di mercato c'è stato un clamoroso e goffo tentativo di harakiri dal punto di vista tecnico, con le mancate cessioni prima di Nainggolan e poi di Dzeko. Il tutto condito dagli atteggiamenti e dai comportamenti di un Pallotta che non hai mai veramente legato con la piazza romanista.

La sensazione che se ne è ricavata in questi sei anni infatti, è stata quella di un presidente troppo assente, troppo lontano (sia fisicamente che mentalmente) incapace di creare un organigramma asciutto e funzionante. Un presidente che per di più, quelle poche volte che veniva a Roma o in Europa, si faceva notare per le uscite poco felici nei confronti dei suoi tifosi: dal famoso fucking idiots, all'infelice uscita di Londra, dove si è lanciato anche in pericolose considerazioni di antropologia culturale quasi di lombrosiana memoria, parlando di tifosi più litigiosi e pericolosi nel centro e sud Italia. Il tutto senza dimenticare, la pessima gestione dell'ultimo anno di Totti, lasciata totalmente nelle mani di Spalletti, il quale si è ritrovato da solo a gestire una patata bollente, che non sarebbe mai dovuta diventare tale, se fossero state rispettate le promesse che gli erano state fatte a Boston. Per arrivare infine a quello che sta succedendo nelle ultime settimane, con un mercato di Gennaio di cui abbiamo già parlato, che però sta facendo uscire fuori dei retroscena societari non da poco, visto che sia Di Francesco che lo stesso Monchi cominciano a guardarsi intorno spaesati e si chiedono in che razza di posto siano capitati... ebbene per descrivere quel posto, forse possiamo prendere in prestito le parole del magnifico Marco Aurelio del Gladiatore che disse: "C'è stato un sogno una volta che era Roma, si poteva soltanto sussurrarlo, ogni cosa più forte di un sospiro lo avrebbe fatto svanire". Parole che forse potrebbero essere fonte di ispirazione per il presidente Pallotta, e per quei 30 immaginifici milioni di tifosi che avrebbe in mente di conquistare in giro per il mondo. Intanto però potrebbe anche imparare a farsi amari dai quei tifosi - questi reali - che lo hanno contestato usando dei dollari con la sua faccia stampata al posto di quella di George Washington.

@Dragomironero