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Ora ha una bella barba con spruzzate di bianco a incorniciargli il viso. Gli occhiali, la giacca, la cravatta, le scarpe eleganti, lucidate di nero. Ha anche un sacco di problemi di risolvere, il presidente della Liberia George Weah. Oggi - 1 ottobre - compie 55 anni uno dei più forti attaccanti degli anni '90, Pallone d'Oro nel 1995, stella del Milan, simbolo di un'Africa che in quegli anni cominciava ad esportare in Europa tanti calciatori di livello (lo stesso Weah aveva cominciato la sua avventura in Francia, al Monaco e poi al Paris Saint Germain). L'ultima partita Weah l'ha giocata nel 2002, quasi vent'anni fa, quando ha chiuso la carriera all'Al-Jazira, dove era andato a fare cassa. Poi si è dato all'impegno politico. L'aveva promesso da tempo, ha mantenuto la promessa.

Il 22 gennaio del 2018 è stato eletto - primo calciatore nella storia - presidente della Liberia, dopo un ballottaggio assai contestato in cui aveva ottenuto il 60% dei voti. Ci aveva provato anche nel 2005 e nel 2011, ma entrambe le volte era uscito sconfitto dalle elezioni. La Liberia di Weah in questo momento è al centro di un caso internazionale. Nella confinante Guinea, il 5 settembre un colpo di stato militare ha rovesciato il presidente Alpha Condé. Ora al potere c'è un militare, il leader dei golpisti, il tenente colonnello Mamady Doumouya, ex soldato della legione straniera francese. Weah ha ordinato alle forze di sicurezza nazionali di aumentare la vigilanza intorno alle aree di confine. Teme l’afflusso di cittadini guineani alla frontiera. Non più tardi di un mese fa Weah inaugurava un ospedale militare a Monrovia, dove è nato, nella baraccopoli di Clara Town. L'ospedale si chiama The 14 Military Hospital. 14 perché quello era il numero di King George quando giocava con la Nazionale liberiana. In Nazionale Weah ha disputato 75 partite, realizzando 18 gol. La sua maglia con il numero 14 è stata ritirata nel 2018, al termine dell'amichevole internazionale d'addio contro la Nigeria: Weah, allora 51enne e già presidente del Paese da pochi mesi, restò in campo fino a dieci minuti dalla fine, il tempo per la passerella e la standing ovation.
Non sono stati tre anni facili, quelli del Weah presidente. Da campione a simbolo di un’intera nazione, l’ex centravanti di Monaco, Psg, Milan, Chelsea, City, Marsiglia si è scoperto sotto attacco, accusato di corruzione dai manifestanti che sono scesi in piazza. Nel suo programma presidenziale, Weah - che si era presentato come «l’uomo del cambiamento» - prometteva la lotta alla corruzione e una strategia per alleviare la povertà del Paese, con il lancio di un programma di assistenza del Fondo monetario internazionale volto a stabilizzare l'economia. Nulla di tutto questo. Fino a pochi mesi fa la situazione in Liberia era disastrosa. Inflazione al 30%, bancomat vuoti, dipendenti statali senza stipendio per mesi; in un Paese di poco meno di cinque milioni di abitanti che nell'ultimo ventennio ha dovuto fare i conti con la guerra civile (terminata nel 2003), l’epidemia Ebola e ora la pandemia. Lontani i tempi in cui San Siro intonava «Siamo venuti fin qua/Siam venuti fin qua/ per vedere segnare Weah». Questi sono i giorni in cui King George sente le proteste dei manifestanti per le strade del paese, dentro la bolla di una crisi che ha messo in ginocchio l'economia dell'intero Paese.