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L'ex capitano della Juventus Alessandro Del Piero ha concesso un'intervista esclusiva al Corriere dello Sport e in particolare all'ex sindaco di Roma Walter Veltroni, nella quale ha ripercorso i momenti salienti della propria carriera e anticipato quello che potrebbe essere il suo futuro: "Tre anni fa avrei detto di no alla possibilità di fare l'allenatore, senza dubbi. Ora ci ragiono. Lo sto analizzando. E’ un lavoro complesso, molto affascinante, che consente di vivere il calcio con una visione. Sia chiaro, non mi sono iscritto a nessun corso. Io ho lavorato, più a lungo, con tre grandi: Capello, Ancelotti, Lippi. Con Marcello abbiamo vinto tutto, insieme. Un rapporto speciale. E mi sono convinto, vivendo con loro, che le doti essenziali siano una grande intelligenza, umiltà e una infinita pazienza". 

Sull'ultima partita con la Juventus: "E’ stato devastante, si sono intrecciate emozioni fortissime. Era stato un anno difficilissimo per me, avevo giocato poche partite ma segnato goal decisivi e quando uscii dal campo, all’inizio della ripresa, sentii un groppo alla gola. Mi ricordo poco le parole di quel momento. Ma tutto si fermò. I giocatori avversari, l’arbitro, i miei compagni. Il pubblico era tutto in piedi e ci rimase per minuti. Loro ringraziavano me delle emozioni che gli avevo fatto vivere per quasi vent’anni. E io, alzandomi sul sedile e salutandoli, dicevo loro il mio grazie. Fu come un tempo sospeso, un magia vera". 

Sulle esperienze all'estero: "Cercavo un posto per giocare che non fosse l’Italia o l’Europa. In Australia mi proposero di aiutarli a cambiare il calcio, che in pochi anni è infatti passato da quinto sport nazionale a secondo o terzo. In Australia menano, corrono, giocano vero calcio. Ma c’era anche una ragione personale, esistenziale. Volevo vivere in un mondo che non conoscevo. Volevo scoprire, imparare. La stessa cosa è stata con l’India". 
La partita da ricordare: "Dovrei dire la finale dei Mondiali, per tutto quello che successe dopo i rigori e il fischio finale. Ma come partita, nel senso di calcio giocato, quella più intensa, travolgente, fu la semifinale con la Germania. Quei supplementari, il goal di Grosso e poi il mio, al termine di un’azione collettiva bellissima. Stavamo battendo una squadra fortissima, in casa sua. Io non mi perdono mai nessun errore. E quelli della finale di Euro 2000 mi pesarono molto. Alla fine della partita ero a pezzi. Fortuna che sei anni dopo mi sono fatto perdonare. David Trezeguet segnò, in quella finale, il golden goal che assegnò la coppa alla Francia. Sei anni dopo fu lui a sbagliare il rigore decisivo per la vittoria nei mondiali". 

La delusione più grande: "Sinceramente mi viene da ridere a pensare che Moreno, tre anni dopo  Mondiali del 2002, fu arrestato per spaccio di cocaina. Mi dispiace perché quella era una Nazionale fortissima e avremmo potuto vincere quel Mondiale se quel sedicente arbitro, un tipo da spiaggia, non avesse cambiato il destino del torneo. A Perugia era chiaro che non si poteva giocare dopo un’ora e mezza di sospensione, ma così andò. Però bisogna superare tutto questo. Se non sei stato più forte dell’errore altrui comunque ti devi guardare dentro".

Sul dualismo con Baggio e quello con Totti: "Con Baggio ho giocato. Era un fuoriclasse, un giocatore e una persona di grande qualità. Forse concepiamo il calcio allo stesso modo. E sono felice che, nella memoria sua come di tanti altri appassionati di calcio, i nostri nomi siano uniti da un ricordo dello stesso tipo. Con Totti c'è un rapporto di grande stima. Non ci mandiamo gli sms tutti i giorni. Non siamo i tipi. Siamo molto diversi ma per certe cose del carattere molto simili. Le posso dire una cosa, entrambi avremmo voluto e dovuto giocare di più insieme, in nazionale".