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“Ancora non riusciamo a capacitarcene.
Il titolo era già nostro.
“La Jugoslavia campione d’Europa”.
E per di più con un gol del sottoscritto, in casa degli italiani e ad un portiere della bravura di Dino Zoff.
Potevamo e dovevamo fare almeno un altro gol.
Avevamo la partita in pugno.
Nonostante l’incitamento dei 70 mila dello stadio Olimpico gli azzurri non riuscivano proprio ad impensierirci.
Fino a quel maledetto calcio di punizione.
Fummo ingenui due volte.
La prima nel concederlo.
Era solo una palla innocua, lanciata senza troppo criterio verso la nostra area di rigore. Giovanni Lodetti, il più piccolo dei loro centrocampisti, cercò di colpire la palla di testa per prolungarne la sua traiettoria verso l’area di rigore. Era il massimo che poteva fare. Su di lui invece arrivò come una furia un nostro difensore che lo travolse concedendo un calcio di punizione un paio di metri fuori dalla nostra area di rigore.
Gli italiani confabulavano tra di loro. Mancavano meno di dieci minuti alla fine e sapevano che difficilmente avrebbero avuto un’occasione migliore.
Angelo Domenghini calciò di potenza ma il pallone pareva destinato ad infrangersi contro la nostra barriera.
… che però si aprì, qualcuno saltò … un altro aprì quel tanto le gambe per permettere al pallone di passare.
Il nostro bravo Ilija Pantelic non la vide neppure. Rimase immobile e l’unica cosa che poté fare fu quella di mandare a quel paese i compagni della barriera e raccogliere il pallone in fondo alla rete.
Nei supplementari fummo ancora noi a creare un paio di grandi occasioni ma Zoff riuscì a salvarsi compiendo due mezzi miracoli.
Non accadde altro.
Si dovette rigiocare due giorni dopo ma la sensazione quando tornammo negli spogliatoi era condivisa da tutti: avevamo sprecato un’occasione d’oro.”

 
Dragan Dzajic aveva perfettamente ragione.
L’Italia, rinvigorita da ben sei cambi rispetto alla partita di quarantotto ore prima, mette sotto fisicamente gli slavi che invece si limitano ad un solo cambio (forzato) rispetto alla formazione scesa in campo nel pareggio dell’8 giugno.
Dopo mezzora di gioco gli azzurri hanno già segnato due reti. Prima Gigi Riva e poi Pietro Anastasi.
Saranno gli unici gol di quella partita che porterà gli azzurri sul tetto d’Europa … e alla Jugoslavia, la fortissima Jugoslavia di Rajiko Mitic, non rimarrà che leccarsi le ferite per la grande occasione persa.
E pensare che la Jugoslavia per arrivare in finale fu in grado di superare l’Inghilterra campione del mondo in carica, quella di Bobby Moore, di Gordon Banks, Bobby Charlton e Geoff Hurst.
A segnare il gol decisivo fu sempre lui, Dragan Dzajic, con un sublime pallonetto a tre minuti dal termine di una combattutissima ed equilibrata partita.
In quel 1968 Dzajic si piazzerà al terzo posto nella speciale classifica del Pallone d’oro, alle spalle di George Best e Bobby Charlton, artefici principali del trionfo del Manchester United di Matt Busby in Coppa dei Campioni.
Furono in tanti, Franz Beckenbauer in primis, a ritenere ingiusta la posizione di Dzajic che secondo il campione tedesco avrebbe meritato questo riconoscimento. Il “Kaiser” in quell’occasione non ci andò giù leggero.
“Vergognoso che il più grande talento del calcio europeo sia solo sul gradino più basso di questo podio !”
 
Dragan Dzajic nasce a Ub, un paese a circa 60 km da Belgrado, nel maggio del 1946.
Dragan non ha ancora quindici anni quando a due passi da casa sua, a Valjevo, arriva per una partita amichevole una squadra giovanile della Stella Rossa, la squadra di cui Dragan è perdutamente innamorato.
Il fratello maggiore fa parte della formazione del Valjevo ma per giocare impone la presenza del piccolo Dragan in squadra.
Al termine del match il più piccolo dei fratelli Dzajic risulterà il migliore in campo.
Arrivano ben presto diverse offerte da tutti i migliori team della Serbia.
Il più deciso sembra il Partizan ma quando la trattativa sembra ormai chiusa il padre di Dragan, tifosissimo anche lui della Stella Rossa, mette il suo veto … non per un capriccio, ma per un motivo serissimo: Dragan è stato invitato ad allenarsi con la squadra giovanile della Stella Rossa.
Al termine del suo primo allenamento Miljan Miljanic, il responsabile del settore giovanile non ci pensa un solo secondo: offre al ragazzo un contratto di quattro anni.
Dzajic ovviamente accetta e di quella Stella Rossa diventerà ben presto il capitano, la bandiera e il calciatore più importante nella storia del Club.
Non passano neppure due anni da quel giorno che a Dragan Dzajic viene offerta la possibilità di esordire in prima squadra.
Quando fa il suo debutto, l’8 giugno del 1963, ha compiuto 17 anni da una settimana.
E’ l’ultima partita di una stagione disastrosa per il glorioso club jugoslavo.
Un settimo posto inaccettabile per un club abituato a lottare per il titolo e lontanissimo dai vincitori di quel torneo, gli acerrimi rivali del Partizan.
L’anno successivo, con Dzajic già titolare inamovibile, tutto torna alla normalità.
La Stella Rossa vince il campionato e la maggior parte delle reti segnate dal duo d’attacco formato da Prljincevic e Kostic sono merito dei cross e degli assist del mancino di Ub.
Al termine di quella sua prima stagione da titolare, nel giugno del 1964, arriva il suo esordio in Nazionale. Sarà la prima di 85 partite con la Jugoslavia.
L’ultima la giocherà la bellezza di quattordici anni dopo …
La Stella Rossa intanto, dopo l’exploit della stagione 1963-1964, torna nelle posizioni di rincalzo della “Prva Liga”.
Nel 1966 la squadra viene affidata proprio a Miljan Miljanic, mentore e scopritore di Dzajic.
Dopo una prima stagione di transizione, chiusa al quinto posto, per la Stella Rossa inizierà un periodo d’oro dove la classe di Dzajic sarà affiancata e supportata da calciatori del valore di Jovan Acimovic e Miroslav Pavlovic.
Arriveranno tre titoli consecutivi a sancire la supremazia assoluta della “Crvena Zvezda”.
Sono anni eccellenti per il Club e per Dzajic.
Dopo le sue eccellenti prestazioni all’Europeo italiano del 1968 la Jugoslavia viene invitata in Brasile per un’amichevole nel prestigioso Maracanà.

Il Brasile sta preparando i Mondiali messicani ormai all’orizzonte e quale test può essere più probante di quella che molti considerano la più forte nazionale europea ?
Davanti a 70 mila spettatori quel 17 dicembre del 1968 si trasformerà in un’autentica festa del calcio.
Finirà tre a tre e i due assoluti protagonisti del match saranno ovviamente “O’Rey” Pelé e il ventiduenne numero undici della Jugoslavia che quella sera farà letteralmente sudare le proverbiali sette camicie al grande terzino destro del Brasile Carlos Alberto.
I Mondiali messicani però si riveleranno però una delle più grandi delusioni per Dzajic.
La Jugoslavia, inserita in un girone decisamente difficile con Belgio e Spagna (la quarta squadra è la debole Finlandia) perde nettamente in Belgio (zero a tre) e poi anche nella trasferta in Spagna vedendo così sfumare a favore del Belgio la qualificazione per i Mondiali del Messico.
“Stavo giocando il calcio migliore della mia vita in quel periodo. Sarebbe stata l’occasione perfetta per mettere in mostra le mie qualità agli occhi del mondo. Non è andata così ma il rimpianto per quella grande occasione sfumata me lo porterò dentro per sempre” ammetterà Dzajic per il resto della carriera.
Nella stagione successiva, quella del 1970-1971, Dzajic e compagni sfioreranno ancora una volta quella grande impresa che li avrebbe potuti consegnare alla storia del calcio europeo.
In quella edizione della Coppa dei Campioni infatti dopo essersi sbarazzata di tre compagini dell’Est Europa (Ujpest Dozsa, l’UTA Arad e il Karl Zeiss Jena) in semifinale la Stella Rossa deve affrontare i greci rivelazione del Panathinaikos.
All’andata al Marakàna è un autentica esibizione di forza e di classe.
Un quattro a uno che lascia ai greci ben poche speranze per la gara di ritorno.
I greci però riusciranno a prevalere per tre reti a zero e grazie alla regola dei gol segnati in trasferta arriveranno a giocarsi la finale di Wembley contro l’Ajax di Cruyff e Keizer.
Dzajic però non giocherà nessuna delle due partite di semifinale.
Nel turno precedente è stato infatti espulso nella partita di andata contro il Karl Zeiss Jena ricevendo ben tre giornate di squalifica dalla UEFA.
In Jugoslavia non c’è nessuno che non sia fermamente convinto che la presenza di Dzajic in queste due semifinali avrebbe consentito alla Stella Rossa di raggiungere la sua prima finale di Coppa dei Campioni … esattamente venti anni prima del magnifico squadrone di Savicevic, Mihailovic, Stojkovic e compagni.
Sono gli anni migliori per Dragan Dzajic.
In Europa ci sono grandi club che farebbero carte false per averlo in rosa ma le rigide regole del calcio jugoslavo e dell’Est Europa in generale impediscono ai propri calciatori di lasciare il Paese.

Per Dzajic non è un problema. Ama il suo Club e in Patria è un’autentica icona.
La Stella Rossa rivincerà il campionato nel 1973 e stavolta arriverà anche la qualificazione per i Mondiali di Germania Ovest del 1974.

La Jugoslavia supererà il primo turno (con lo storico nove a zero rifilato al povero Zaire) ma in quello successivo arriveranno tre cocenti sconfitte contro Germania Ovest (foto, Dzajic insieme al tedesco Schwarzenberg), Polonia e Svezia.
Dzajic ha perso qualcosa in rapidità e i tanti anni ai vertici iniziano a chiedere dazio.
Nel 1975 arriva per lui la possibilità di trasferirsi all’estero.
Non ci sono più gli squadroni spagnoli o tedeschi che avevano bussato alla porta delle Federazione jugoslava pochi anni prima ma squadre di media levatura.
A convincere Dzajic a lasciare la sua Belgrado ci riesce un piccolo team della Corsica, il Bastia.
E’ una squadra che si è fatta largo nel campionato francese nelle ultime stagioni. In quella appena conclusa è arrivato un sesto posto in campionato e sfiorando la finale di Coppa di Francia, persa in semifinale contro il Saint Etienne.
L’impatto di Dragan Dzajic nel piccolo ma ambizioso club corso è di altissimo livello.
Si inserisce alla perfezione nei meccanismi del team e con il talentuoso regista Claude Papi trova un eccellente intesa.
Nella prima stagione segna undici reti, superato in squadra solo dal compagno di squadra Jacques Zimako ma sarà in quella successiva che il mancino croato metterà in mostra tutte le sue innegabili doti.
Segnerà la bellezza di ventuno reti in trentacinque partite e per il Bastia arriverà un sorprendente terzo posto e la qualificazione alla Coppa UEFA della stagione successiva.
Dzajic però deciderà, tra la sorpresa e la delusione dell’appassionato popolo corso, di ritornare nella sua Belgrado dove la Stella Rossa è pronta a riabbracciarlo.
E mentre il Bastia si renderà protagonista di una storica cavalcata europea che porterà Papi, Johnny Rep e compagni fino alla finale di Coppa UEFA (persa poi con gli olandesi del PSV) per Dzajic ci sarà una stagione mediocre, chiusa al secondo posto in campionato dietro i grandi rivali del Partizan, con sole cinque reti all’attivo e prestazioni sempre più altalenanti.
Sarà sufficiente per convincere Dragan Dzajic, il più forte calciatore jugoslavo della storia, ad appendere gli scarpini al chiodo anche se ha solo 32 anni.
Per lui ci sarà un futuro prima da Responsabile Tecnico, con il controllo totale della campagna acquisti e cessioni del Club e in seguito addirittura come Presidente del Club, mantenuta per sei anni tra il 1998 e il 2004, prima di lasciare per motivi di salute.
E anche in una nazione ormai divisa in tanti stati e che ha dato al calcio talenti immensi come Prosinecki, Savicevic, Boban, Susic, Katalinski, Zabec, Modric, Stojkovic e Suker chi lo ha visto in azione non ha un solo dubbio: Dragan Dzajic è stato il più grande di tutti.
 
ANEDDOTI E CURIOSITA’
 
Misa Pavic, allenatore della Stella Rossa prima dell’avvento di Miljan Miljanic, lo fa esordire in campionato nel giugno del 1963 contro il Buducnost quando Dzajic ha appena compiuto diciassette anni.
“Ha giocato come uno di ventisette anni, non di diciassette. Non mi stupirei se mi dicessero che i suoi documenti di identità sono falsi !” dirà con ironia Mister Pavic al termine di quell’incontro.
 
Tra i tanti rimpianti della carriera di Dzajic ce n’è uno che, anche per il solitamente compassato e tranquillo Dzajic, non è mai stato completamente elaborato.
“L’arbitro della prima partita di finale contro l’Italia fu lo svizzero Dienst. Fu il loro dodicesimo uomo in campo. Era chiaro che dovessero essere gli “Azzurri” a vincere anche se quando arrivò il pareggio di Domenghini eravamo ormai convinti di avercela fatta” ricorda ancora con dolore Dzajic.
“Nella seconda partita gli italiani, che misero forze fresche in campo, ci furono superiori anche se sono convinto che l’assenza in questa seconda partita di Ilija Petkovic sia stata per noi decisiva” conclude Dzajic parlando di quel torneo che comunque lo consacrò a livello internazionale.
 
Sono tanti i riconoscimenti individuali avuti da Dzajic in carriera, tra cui spicca sicuramente il terzo posto nella classifica del Pallone d’oro di quel 1968.
L’anno successivo il prestigioso World Soccer lo inserirà nella formazione degli undici migliori calciatori del pianeta … ovviamente con il numero 11 !
 
Un altro importante riconoscimento per Dragan Dzajic arriva al termine degli Europei del 1976, disputati proprio in Jugoslavia.
Nonostante le due sconfitte subite (due a quattro contro la Germania Ovest e due a tre contro l’Olanda) Dzajic fu inserito nella “Formazione ideale” del Torneo insieme a grandi calciatori come Franz Beckenbauer, Ruud Krol e Antonin Panenka.
 
Poco prima di lasciare la Stella Rossa e di trasferirsi al Bastia Dzajic giocherà una delle partite entrate nella sua storia personale e in quella del suo amato Club.
Il 19 marzo del 1975 al “Rajko Mitic” di Belgrado, ormai diventato a tutti gli effetti il “Marakàna” arriva il Real Madrid di Netzer, Santillana e Breitner per il ritorno dei quarti di finale di Coppa delle Coppe.
All’andata al Bernabeu le “Merengues” hanno vinto per due reti a zero.
Sono in centomila in quel tardo pomeriggio di fine inverno a sostenere la Stella Rossa alla ricerca di una autentica impresa.
Qualche minuto prima dell’inizio del match la televisione spagnola farà una brevissima intervista al giovane José Antonio Camacho, terzino destro del Real Madrid.
“Come pensa di fermare un giocatore come Dragan Dzajic ?” è la domanda posta dalla giovane giornalista televisiva iberica.
“Semplicemente facendo del mio meglio” risponderà timidamente il giovane terzino dei “bianchi” allenati proprio da Miljan Miljanic, l’ex grande tecnico della Stella Rossa e mentore di Dzajic.
L’impegno e l’abnegazione di Camacho non basteranno.
Dragan Dzajic è in giornata di grazia e dà fondo a tutto il suo repertorio di finte, cambi di passo e direzione, capacità di crossare in un fazzoletto o di cambiare gioco con le sue aperture di trenta-quaranta metri.
Quel giorno aggiungerà un colpo a sorpresa, non esattamente nel suo repertorio classico: uno splendido colpo di testa in tuffo con il quale porterà in vantaggio i suoi.
Un calcio di rigore trasformato da Ognjen Petrovic nella ripresa ristabilirà la parità nel doppio confronto ma ai calci di rigore sarà un errore di Carlos Alonso Santillana a consegnare il meritato passaggio del turno alla Stella Rossa.
 
Poco prima della firma per il Bastia si parlò con insistenza di un trasferimento di Dzajic proprio al Real Madrid. A volerlo fortemente era ovviamente Mister Miljanic, allenatore dei bianchi madrileni.
La trattativa all’ultimo momento saltò e Dragan Dzajic non ha mai voluto rivelarne i motivi … affermando semplicemente che non rimpianse mai quella scelta e che i due anni a Bastia furono tra i più felici della sua carriera.
 
Molto interessante un’intervista rilasciata da Dzajic alla famosa rivista “Shoot” nel 1975.
In questa intervista Dzajic indica come in Bertie Vogst l’avversario più “tosto” mai incontrato, in Pelé il calciatore preferito, nel Bayern Monaco la squadra straniera che ammira maggiormente, il gol contro l’Inghilterra nella semifinale degli Europei come il momento top della carriera, Miljan Miljanic come il miglior allenatore avuto in carriera e infine l’obiettivo di arrivare a 100 presenze con la Nazionale jugoslava.
Alla domanda sull’ambizione “personale” la risposta è “Sposarmi e avere un figlio che farà il calciatore”.
 
Le statistiche di Dragan Dzajic non sembrano quelle di un ala sinistra. Ci sono fior di attaccanti che farebbero carte false per avere lo score di Dzajic. Vediamo di riassumerlo brevemente.
Stella Rossa: 287 reti in 590 partite
Bastia: 32 reti in 69 partite
Jugoslavia: 23 reti in 85 partite

 
Il tributo forse più importante al talento di Dragan Dzajic verrà proprio dal più grande di tutti, Edson Arantes do Nascimento.
Al termine della già citata amichevole del Maracanà di Rio de Janeiro tra Brasile e Jugoslavia queste saranno le parole di Pelé per definire la classe e la qualità di Dragan Dzajic.
“Dzajic è il “miracolo dei Balcani”. Sono veramente molto dispiaciuto che non sia brasiliano perché non ho mai visto in vita mia un talento così naturale”.
… difficile trovare consacrazione migliore …