163
In una delle sue ultime interviste, rilasciata un mese fa a un giornale di grande rilevanza europea come l’inglese The Guardian, il nostro prossimo soggetto ha regalato questo titolo: “I have to influence areas of development across the whole club”. Tradotto: “Voglio avere potere decisionale su tutte le aree di sviluppo del club”.

La firma è di Ralf Rangnick, di certo non un nome mainstream, ma ben conosciuto nelle alte sfere del gruppo Elliott. Il suo curriculum vitae è nascosto in un cassetto segreto nella scrivania dei massimi dirigenti, pronto a essere esaminato per un piano che riguarda il Milan e che più misterioso non può essere. Al momento è un’idea, un progetto futuro, una tentazione che solo chi ha accesso alle stanze dirigenziali del fondo può conoscere. Forse rimarrà tale, vista la sua complicata realizzazione, o forse verrà portata fino in fondo per una sorprendente nuova gestione rischiosa e ambiziosa. Di sicuro nessuno la potrà mai confermare, adesso, con la stagione che vive un momento molto delicato. Ma esiste e respira in un cassetto e nella mente di chi ama le scommesse incredibili. Una pazza idea pronta a soffiare, come uno spiffero di vento freddo, sotto talune porte di via Aldo Rossi. Ma non tutte. Andiamo con ordine.

L’allenatore tedesco 61enne, senza dilungarci troppo, in Germania è considerato un genio e, come tale, un professionista con un bagaglio sterminato di intuizioni che spedisce, ovunque vada a lavorare, insieme a un piccolo trolley a mano pieno di stranezze e fissazioni. Dopo aver occupato negli anni le panchine di Stoccarda, Hannover, Schalke, Hoffenheim, dal 2013 ha preso in mano l’area sportiva delle due squadre-bibita possedute dalla potentissima multinazionale Red Bull: il Salisburgo in Austria e il Lipsia in Germania. Quest’ultima trascinandola negli anni dalla quarta divisione tedesca fino alla Champions League, saltando con agilità marsupiale tra il ruolo di coordinatore tecnico e quello di primo allenatore in panchina. E il titolo dell’intervista, forse, adesso appare già più chiaro.

Oggi Rangnick non è solo il capo dell’area sport, ma anche dello scouting e delle relazioni esterne di tutta la galassia Red Bull: dai New York Red Bulls, al neo acquisito Bragantino in Brasile, fino al Salisburgo e al Lipsia protagonisti in Champions. Tutte squadre che negli ultimi anni hanno avuto risultati oltre le aspettative, con budget però oltre la norma, visto l’azionista di riferimento. E tutte squadre per cui Ralf Rangnick oggi copre, con cura maniacale, la scelta di filosofia di gioco, giocatori da acquistare, da crescere internamente, strategie e comunicazione. Un tuttocampista tra scrivania e panchina. E per gli altri, mancia.

E proprio su una, massimo due, scrivanie del Milan, a quello che ci risulta, sarebbe planato il nome del professore tedesco nelle ultime settimane. Prima sotto forma di idea, poi di suggestione, infine di qualcosa che potrebbe prendere corpo da un momento all’altro, seppur con un grado di riservatezza elevatissimo.

Come ricostruito da diversi giornali in queste ultime settimane, a proposito però di scelte sui giocatori (vedi Ibrahimovic), al Milan oggi sembrano esistere diverse anime di pensiero e di orientamento. La coppia Boban-Maldini concentrata sul campo e il fondo Elliott puntellato dall’AD Gazidis per le visioni strategiche più di lungo periodo.

Scriveva un paio di giorni fa il Corriere della Sera che Ivan Gazidis avrebbe in mente per il futuro del Diavolo un modello in stile Atalanta: giovani fatti crescere dandogli fiducia, mettendoli nelle mani sapienti di un allenatore che sappia lavorarci scientemente, in attesa di gioco, risultati e (aggiungiamo noi) plusvalenze.

Rangnick nella famosa intervista di un mese fa al The Guardian sosteneva che il terzo posto in Bundesliga e la finale di coppa di Germania (poi persa dal Lipsia contro il Bayern Monaco) raggiunti nella scorsa stagione, con lui traghettatore in panchina in attesa del messia Nagelsmann, era stata possibile solo perché i giocatori nello spogliatoio li aveva scelti lui stesso, ma nell’altra veste, quella del direttore sportivo. Giusto per ribadire, se fosse necessario, che nella sua testa non esiste altra opzione che l’allenatore-manager o il manager-allenatore. Una figura illuminata che assommi il numero di caselle che in altri club, di norma, sono occupate da almeno 3-4 persone. Non male in epoca di spending review.

Nelle ultime settimane, come riferito da decine di media diversi, Rangnick è stato contattato dal Manchester United come potenziale candidato per assumere il ruolo di direttore tecnico. Ma dopo un incontro con il plenipotenziario dei Red Devils Ed Woodward, sarebbero emersi dalla parte di Manchester dei timori sul numero di deleghe che lo stesso tedesco avrebbe potuto richiedere per entrare in società.

E, prima che la scelta ricadesse sull’interno Flick, anche l’incontro con il Bayern Monaco per sostituire Kovac si è concluso in un nulla di fatto. In questo caso per il ruolo di allenatore.

Un dossier di questo genere è quello che starebbe per planare sul tavolo di Gazidis, probabilmente con il benestare anche di Gordon Singer. Il figlio dell’azionista di maggioranza Paul Singer, filtra dagli ambienti rossoneri, sarebbe sempre più interessato e vicino alla gestione diretta del club.

L’idea di puntare su Rangnick per la prossima stagione avrebbe, condizionale d’obbligo, un impatto fortissimo sugli equilibri sia a Milanello che a Casa Milan.

E’ molto probabile che, di questo sogno di una notte di metà autunno, sia Boban che Maldini non immaginino nulla. Del resto una figura come quella che abbiamo descritto, con le frasi che lui stesso ha utilizzato quando intervistato, andrebbe chiaramente a collidere con buona parte delle sfere d’influenza oggi nelle mani delle due bandiere dirigenti. Un suo eventuale arrivo significherebbe commissariarli, nientedimeno.

Perciò lo spiffero di vento freddo che in questi ultimi giorni spira sottile, impercettibile ai più, da sotto qualche porta del quartiere generale rossonero, è una pazza idea. Difficile, inaspettata, deflagrante.

Se confermata, ed è francamente difficile che qualcuno possa farlo viste le divergenze che creerebbe all’interno del management una figura così divisiva, si assisterebbe ad un totale cambio di paradigma nella gestione del club. Una linea diretta tra campagna acquisti e campo. Un approccio centralizzato, quasi monarchico, della gestione di squadra, di scrivania e filosofia. Senza più mediazioni sui giocatori, senza più precisazioni sulla necessità di interpreti di esperienza piuttosto che progetti sportivi a dieci anni (vedi Maldini).

Non resta quindi che aspettare, per vedere se la riservatissima intuizione possa diventare qualcosa di più concreto. E se l’anima rossonera che coltiva questa piccola rivoluzione culturale troverà strada libera per provare ad andare fino in fondo. Come un impercettibile filo di vento, tra gli attuali, tortuosi, corridoi di Casa Milan.