Cristiano Biraghi, difensore e capitano della Fiorentina, si è raccontato ai microfoni di ‘Cronache di spogliatoio’, raccontando gli inizi di carriera, l’esperienza in Spagna, il ritorno all’Inter e l’orgoglio per essere arrivato in Europa con i colori viola.

IL GOL A 17 ANNI AL CITY - “Quel tiro all’incrocio mi è costato schiaffi sul collo da Materazzi per tre giorni, era il suo modo di essere felice per me. Avevo 17 anni ed era tutto nuovo. Entro in amichevole contro il Manchester City e mi esce un gol senza senso. L’avrò rivisto mille volte, dovevo essere bravo a non essere etichettato solo per quello. Si era generato un loop secondo il quale dovevo dimostrare ogni volta, le aspettative si erano impennate. Alla fine sono un ragazzo alle prime armi e non è facile gestirla: in questo l’Inter era brava a farlo, non mi ha esposto. Mi hanno voluto tutti bene in quello spogliatoio, da Eto’o a Cambiasso, fino a un giovanissimo Coutinho. Il Triplete era arrivato solo due mesi prima”.

L’ESPERIENZA ALL’ESTERO - “Viaggiare, sempre. Ero un ragazzino che ha scelto di andare in Spagna, a giocare nel Granada, e pochissimi italiani sceglievano di emigrare per mettersi in gioco. Ne LaLiga ho avuto continuità, non me lo feci ripetere due volte. Non avevo ancora né famiglia, né figli, quindi spostarsi era più facile. Prendi uno zaino e vai. Il calcio che ho trovato era molto tecnico. In Spagna il tasso era altissimo, tutte giocavano a viso aperto mentre da noi c’era ancora la vecchia palla lunga. Loro avevano una concezione e una metodologia di allenamento che da noi non era ancora arrivata. Si puntava sulla tattica e sulla fisicità per riuscire a vincere, in Spagna ho capito che allenare la qualità e la tecnica è fondamentale per distinguersi ed emergere”.

MESSI E CR7 - “Qui in Spagna c’erano i due giocatori più forti al mondo, Messi e Ronaldo. Poterli affrontare è stato bellissimo e giocare in un campionato di tale livello, altrettanto. Stadi nuovi, lingua diversa, cultura da scoprire, un nuovo modo di pensare. Ho ampliato il bagaglio tecnico e umano, e mi sono divertito. Leo e CR7 erano al top della forma, si contendevano palloni d’oro ogni anno e il Barcellona era una delle squadre più forti degli ultimi anni. Nei 90 minuti in cui li affrontavi, non era piacevole essere lì. Ma te lo ricorderai per sempre. Sono quelle cose che racconterò ai miei figli. Al Camp Nou andavi lì e loro avevano l’80% del possesso palla. Quasi umiliante, facevi una partita di atletica e non di calcio. Sostanzialmente, loro giocavano a calcio e tu correvi dietro a un pallone come un cane. Il campo era gigante, loro non la perdevano mai. Se facevi due passaggi, al terzo ti saltavano addosso”.

FOLLIE DEI TIFOSI - “Non ho mai voluto far fare follie ai tifosi per colpa mia. Quando mi scrivono «Se mi saluti mi faccio i capelli rossi», o cose simili, provo a non farli impazzire! Mi sentirei troppo in colpa a mandare in giro una persona con i capelli rossi, ahah! Ma apprezzo la passione, perché si tingerebbero grazie a quella”.
LE PUNIZIONI - “La punizione è il mio grande amore. Il mio segreto è cercare di immagazzinare più informazioni possibili sul tipo di calcio. Studio l’erba dello stadio in cui gioco e cerco di ripetere il movimento corretto dell’allenamento. Alla fine di ogni seduta, chiedo a un portiere di fermarsi con me e inizio a tirare in modo funzionale. Oltre a migliorare il modo di calciare, testo il movimento per fermarlo nella mente e riuscire a replicarlo. Ogni punizione è diversa, è fondamentale sapere per ogni condizione come calciare e in quale modo. La rincorsa deve essere efficiente e razionale in base al calcio. Se voglio un tiro forte, vado con una frustata, e quindi mi serve più rincorsa. Se cerco un tiro morbido, invece, ho bisogno di un passetto. Fortunatamente, con una rincorsa mediamente corta riesco a imprimere una buona potenza al pallone. Al Franchi, giocandoci spesso, conosco ogni centimetro del terreno di gioco. Il manto erboso è tra i più belli d’Italia. Altrove, dove l’erba è più alta, è differente. Devi prenderla da più sotto, altrimenti non si alza. Sono accorgimenti che fanno parte del calcio e non possono essere una scusante, devi studiare, provare e sbagliare, fino a quando non trovi la formula giusta. Io mi sono sempre ispirato a Mihajlović, uno stile di calcio simile al mio: non morbido, ma una palla veloce di mezzo collo. Lui è un must di questo gesto tecnico, avvicinarsi è difficile se non impossibile, ma cerco di rubargli qualcosa”.

INTER - “Brozović era un mostro a freccette, ha il proprio kit anche per andare in trasferta e sfidarci tutti. Giocare con lui in ritiro è sostanzialmente una prassi. Quando è arrivato Conte, è cambiato tutto. Tornare all’Inter era sempre stato il mio obiettivo. Sarò sempre contento di essere tornato, raggiungendo trofei importanti. Personalmente, incontrare Conte è stato fondamentale per la carriera. Senza dimenticarmi di bere un buon bicchiere di vino con Barella”.

HATERS - “Non ho mai sentito un senso di rivalsa verso le critiche. Ho sempre lavorato senza ascoltare quello che si dice di me. Certo, se ti vogliono bene, è meglio del contrario. Ho dato tutto per le maglie che ho indossato. A Firenze c’è un legame più forte, questo è chiaro, perché oltre alla componente sportiva, c’è anche la scomparsa di Davide a legarci indissolubilmente. Ho ricevuto insulti per il fantacalcio, o per le mie prestazioni, ma me ne frego. Sui social tutti possono dire la loro. Quando c’è troppa libertà, si va sempre oltre. Dietro a uno schermo siamo tutti bravi. Non è un mondo che mi piace, quello. Ho visto anche quanto successo a Lollo Venuti: offese senza senso. Bisogna partire ancora prima che dai social, dalle persone, e recuperarle a livello mentale, perché se arrivi a dire certe cose, devi correggerti all’interno, non sei pronto per interagire con le persone”.

PIOLI - “Devo inviare un messaggio al mister per fargli i complimenti per la vittoria dello Scudetto. Sono molto contento per lui, se lo merita. Quando è arrivato, il Milan stava toccando il fondo, non era semplice subentrare. È stato uno dei lavori più difficile per un allenatore. È la gratificazione più grande da quando allena. Se lo merita perché è un bravo allenatore, ma anche una persona che se ne trovano poche in questo mondo. Sono felice per lui e il suo staff. Stefano è una persona molto genuina, che non differenzia tra i singoli giocatori o quello che fai in campo. Non fa tanti calcoli su come comportarsi, è buono nel senso più vero del termine. Con lui ho un rapporto pulito”.

EUROPA - “Davide, te lo avevo promesso: andiamo in Europa. Quando eri rimasto alla Fiorentina, diventandone capitano, era un anno di transizione e stava cambiando tutto. Volevamo tornare in Europa, non ci siamo riusciti e tu te ne sei andato. Ci hai lasciato i tuoi ideali da portare avanti, nella quotidianità ancor prima che negli specifici momenti. Ci siamo riusciti e questa qualificazione è anche per te. Ora che sono capitano, ho imparato che non serve sbraitare, che far capire le cose è ciò che è più importante. Cerco di replicare i tuoi insegnamenti, i giovani sbagliano ed è giusto che lo facciano, tocca a noi trasmettere i comportamenti corretti. Sento la responsabilità di tutti, parto in primis dai miei atteggiamenti dentro e fuori dal campo. Sono responsabile di una squadra nei confronti di una città come Firenze, piazza calorosa e impegnativa. Ti dà affetto, ma chiede in cambio. Ci sono tante pressioni non facili da gestire, ma è stimolante. La qualificazione alla Conference, con un bel calcio insieme a Italiano, è stata una grande soddisfazione. Mi sono sentito partecipe di una cosa stimolante, uno dei miei momenti migliori insieme alla Champions League e all’esordio in Nazionale”.