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In carcere preventivo dal 20 marzo 2019. La vicenda di Rui Pinto, il giovane hacker portoghese accusato di essere l'unico animatore dell'operazione Football Leaks, è sempre più un caso di violazione dei diritti elementari della persona. Fermato lo scorso gennaio in Ungheria e estradato due mesi dopo su richiesta delle autorità portoghesi, Rui Pinto è da allora chiuso nella sezione carceraria della Policia Judiciaria di Lisbona, in attesa di sapere quale debba essere la sua sorte processuale. Ma a 8 mesi dall'ingresso nel penitenziario, tale sorte continua a essere affidata a meccanismi imperscrutabili. Il 12 dicembre avrà luogo un'udienza che stabilirà se vi sarà rinvio a giudizio. E prima di questo passaggio è stato necessario attendere lo scorso 19 settembre affinché i magistrati inquirenti formulassero l'accusa per 147 crimini, suddivisi quasi esclusivamente tra violazione di sistemi informatici e intrusione nelle caselle di posta elettronica.

Accuse che corrispondono certamente a crimini gravi, sempre che vengano provate. A queste se ne aggiunge una di tentata estorsione, che secondo la pubblica accusa Rui Pinto avrebbe condotto nei confronti di Doyen Sports Investments. Proprio dal fondo allora capitanato da Nelio Lucas Freire, con sede legale a Malta, è giunta la denuncia che dà origine al capo d'accusa. Esso è anche stato il motivo usato nello scorso mese di giugno dal Tribunal da Ralação (equivalente del nostro Tribunale del Riesame) di Lisbona per mantenere in carcere Rui Pinto. E poco importa se nel frattempo si sia persa ogni traccia di Doyen Sports Investments. Sparito il denunciante, rimane la denuncia. E soprattutto rimane il provvedimento che ha privato il trentenne portoghese della propria libertà.

In Portogallo il caso Rui Pinto è oggetto di una rimozione pressoché generalizzata. A tenere viva l'attenzione sul suo caso provvede il popolo della rete e l'instancabile attività di Ana Gomes, ex eurodeputata socialista che più volte ha fatto visita a Rui Pinto in carcere e si batte per fargli riconoscere il ruolo di whistleblower. Giusto la scorsa settimana Ana Gomes ha ironizzato sul fatto che il Web Summit di Lisbona ospitasse in videoconferenza Edward Snowden, il tecnico informatico statunitense che ha denunciato la vasta rete di controllo sulle telecomunicazioni costruita dai governi di Usa e Gran Bretagna. “Abbiamo un nostro Snowden in Portogallo e facciamo come se non esistesse” ha dichiarato.

Ma perché questa rimozione sul caso Rui Pinto? Forse perché in Portogallo qualcuno ha giurato di fargliela pagare? O forse perché lo si considera responsabile anche dell'operazione di leaking denominata “Mercado do Benfica”? Rispetto a quest'ultima ipotesi Rui Pinto nega. Ma evidentemente non basta. In questi giorni i suoi avvocati (il francese William Bourdon e il portoghese Francisco Teixeira da Mota) sono impegnati a smontare numerosi dei 147 crimini che gli vengono addebitati. A loro dire, in molti casi le presunte vittime di tali crimini non hanno nemmeno presentato denuncia. Ma la loro battaglia condotta in punta di diritto, sul tema delle garanzie da riconoscere all'accusato, si scontra con un clima assolutamente ostile nei confronti di Rui Pinto. Di tale ostilità si è avuta clamorosa dimostrazione lo scorso 30 agosto (con notizia divulgata il 26 settembre), allorché la Polizia Giudiziaria ha condotto una perquisizione nella cella del detenuto e gli ha sequestrato un quaderno nel quale 59 pagine risultavano manoscritte. Si trattava del diario che Rui Pinto aveva deciso di tenere durante il proprio periodo di detenzione. Un episodio da stato di polizia. Consumato ai danni di un soggetto che, più che un detenuto, ha ormai un profilo da prigioniero politico.
@pippoevai