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Con l'addio di Enrico Preziosi al Genoa si chiude un ciclo storico per il club più antico d'Italia. 18 stagioni: mai nessun altro presidente nei 128 anni di vita del Grifone era rimasto così a lungo alla sua guida.

Un periodo eterno per un mondo bulimico e schizofrenico come quello del pallone, abituato sempre di più a fagocitare tutto ciò che ne fa parte con una voracità mostruosa. In quasi due decenni in cui il mondo, non solo calcistico, è cambiato radicalmente, e non necessariamente in meglio, l'impronta lasciata da Preziosi resterà a lungo indelebile. Anche e soprattutto per i tifosi genoani che con il Joker hanno vissuto un'altalena di emozioni e di sentimenti difficilmente dimenticabili.

Riassumere la parentesi rossoblù del Re dei Giocattoli in poche righe non è un esercizio semplice e non solo per l'estrema durata di questa lunghissima presidenza. Quello del Joker verrà tramandato ai posteri come un regno ricco di contraddizioni e contrapposizioni. Di esaltazioni estatiche e di conflitti inconciliabili. Senza voler esprimere giudizi ma semplicemente provando ad analizzare in maniera analitica gli avvenimenti che l'hanno contraddistinta, per semplicità si può dividere l'era Preziosi in due epoche più o meno equivalenti per estensione, esattamente come fanno gli studiosi con il Medioevo o con la storia romana.

L'ASCESA - La prima fase fu quella del consenso popolare e dell'entusiasmo collettivo. Arrivato a Pegli con la società appena retrocessa in Serie C1 e proveniente da troppe stagioni trascorse a cercare di lustrare l'ormai antico e perduto blasone, Preziosi sconfisse con i fatti lo scetticismo che lo circondava allestendo una squadra finalmente all'altezza della sua storia. La convinzione con cui l'imprenditore campano investì nel progetto fece passare in secondo piano, almeno tra i sostenitori rossoblù, anche la brutta vicenda della valigetta, quella che nel 2005 costò un'altra caduta in C1, questa volta non cancellata da nessun tribunale a differenza di quanto avvenuto in precedenza. Ma fu proprio dalla terza serie che il sodalizio tra il self-man irpino, reduce da due avventure calcistiche naufragate malamente con Saronno e Como, e la società più vecchia del nostro calcio cominciò la sua scalata. Con due promozioni consecutive il Genoa ritrovò quella Serie A che non frequentava da 12 anni. E dopo altre due stagioni con Milito e Thiago Motta in campo e Gasperini in panchina arrivò anche la seconda storica partecipazione alle coppe europee, con la Champions League sfumata per un soffio.
LA CADUTA - Il passaggio al nuovo decennio segnò simbolicamente anche la transizione verso la seconda fase preziosiana. I grandi investimenti che avevano caratterizzato le stagioni precedenti si fecero sempre più rari e con essi anche i risultati cominciarono a languire. Da inquilino insolito dei piani alti il Grifone si ritrovò di colpo a essere ospite abituale dei bassifondi. Pegli divenne un luogo di passaggio sempre più temporaneo per decine di calciatori e di tecnici, spesso scovati per due spiccioli ai quattro angoli del mondo e poi rivenduti a peso d'oro nel giro di pochi mesi. Una situazione che i tifosi cominciarono a mal sopportare. La frangia sembra più agguerrita di contestatori crebbe in maniera esponenziale, soprattutto tra le diverse sigle della tifoseria organizzata, mossa in alcuni casi anche da tematiche che con il calcio avevano ben poco a che fare.

LO SPACCO - Un primo punto di non ritorno nei rapporti tra Preziosi e la gente del Ferraris si toccò il 22 aprile 2012, quando un manipolo di ultrà impose ai giocatori rossoblù di sfilarsi la maglietta in mondovisione interrompendo la sfida di campionato con il Siena che quest'ultima stava dominando. Una seconda insanabile frattura avvenne invece tre anni più tardi. Al termine del campionato 2014-15, chiuso al sesto posto dalla squadra nuovamente affidata alle cure di Gasperini, i tifosi scoprirono amaramente che il loro club non avrebbe potuto prendere parte alle competizioni continentali. Malgrado il diritto acquisito sul campo, la società non aveva infatti regolato gli adempimenti burocratici imposti dall'UEFA. A rendere ancora più amaro il boccone contribuì poi la notizia che il posto del Grifone sarebbe stato preso dai cugini della Sampdoria. Come dicono i parigini: cornuti e mazziati. Da quel momento la popolarità di Preziosi precipitò in percentuali molto vicine allo zero anche tra chi nella dozzina di anni precedenti era sempre stato dalla sua parte. Ai suoi moltissimi detrattori non poteva bastare accontentarsi di vedere la loro squadra sopravvivere in Serie A per 14 stagioni consecutive, cosa mai accaduta prima nella storia del club, se il compromesso era quello di cullare ambizioni che non andassero oltre la mera conferma della categoria. Spesso peraltro ottenuta tra sofferenze indicibili e compromessi discutibili.

La scarsa simpatia, giusto per usare un eufemismo, nei riguardi di Preziosi sfociò così in contestazione aperta e perenne, portata avanti praticamente fino a ieri nelle piazze reali e virtuali dal popolo rossoblù. Una contestazione che ora trova la sua soddisfazione con la chiusura ufficiale della più lunga e controversa presidenza nella storia del club calcistico più antico d'Italia. Una presidenza che, comunque la si giudichi, è entrata di diritto nella saga ultracentenaria del Grifone.