Per la prima volta, a sette anni dal mio esordio in Nazionale, mi sento finalmente un giocatore importante.
Ai Mondiali di calcio c’ero anche quattro anni fa ma tranne una partita con il Kuwait (che non contava nulla perché eravamo già qualificati) ho sempre dovuto sedermi in panchina.
Ron Greenwood nel settore nevralgico del gioco preferiva Bryan Robson e Ray Wilkins, la coppia di centrocampisti centrali del Manchester United e come prima alternativa aveva Trevor Brooking, l’esperto regista del West Ham.
Poi sulla panchina inglese è arrivato Bobby Robson.
Anche se all’inizio ha continuato a preferirmi Robson e Wilkins sapevo che la sua idea di calcio, così meravigliosamente espressa dall’Ipswich Town per tanti anni, poteva essere perfetta per il sottoscritto.
Un centrocampo dove la tecnica contava più della corsa, la capacità nei passaggi più della bravura nei tackles e la creatività più della forza fisica.
C’è voluto un po’ di tempo e c’è voluto soprattutto una cocente sconfitta a Wembley con la Danimarca che ci ha impedito di giocare i Campionati Europei in Francia del 1984.
Ma dalla partita con l’Ungheria in poi sono entrato stabilmente in squadra e non ne sono più uscito.
Alla faccia di quegli “esperti” nei media britannici che confondono ancora il calcio con il rugby.
Ora finalmente sento che non ho bisogno di fare cose speciali ogni volta che scendo in campo con la maglia dei Tre leoni.
E’ stato così per anni.
Fin dall’esordio a Wembley, in una partita valida per le qualificazioni agli Europei italiani contro la Bulgaria.
Eravamo nel novembre del 1979.
Avevo solo 22 anni ma da nel mio Totthenam ero titolare inamovibile da più di tre stagioni.
Quella sera giocai una buona partita, niente che non facessi settimana dopo settimana con i miei adorati Spurs … ma poi feci questo.


Sembrava l’inizio di una lunga carriera nella Nazionale del mio paese.
In realtà la mia “luna di miele” durò un pugno di partite prima che i miei detrattori iniziarono a definirmi “un lusso che la Nazionale inglese non può permettersi”.
… come se “saper giocare a calcio” sia un “lusso” …
Da quel momento, fino all’avvento di Bobby Robson, è stato un continuo “dentro e fuori”.
Indispensabile quando non giocavo e l’Inghilterra perdeva e “un inutile soprammobile” quando invece giocavo e non vincevamo !
Domani inizierà un nuovo Campionato del Mondo.
Ci sono ancora Bryan Robson e Ray Wilkins.
Ma stavolta ci sono anch’io.
E non importa se dovrò giocare un po’ spostato sulla destra invece che al centro del campo.
Sto aspettando questo giorno da una vita.
A 29 anni so bene che difficilmente ci sarà un’altra occasione.
… Ma è ora che il mondo sappia chi è davvero Glenn Hoddle



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L’avvio di quel Mondiale messicano del 1986 non sarà esattamente come nelle speranze di Hoddle.
Una sconfitta all’esordio contro il Portogallo ed uno scialbo pareggio a reti bianche contro il Marocco mettono l’Inghilterra in una situazione quanto mai complicata.
Bisogna vincere l’ultimo match contro la Polonia.
Nell’incontro con il Marocco però sono successe due cose che si riveleranno fondamentali per le sorti della nazionale inglese e di Glenn Hoddle in particolare.
Accade tutto nel giro di tre minuti scarsi.
Prima si fa male Bryan Robson, capitano e leader del team, e subito dopo Ray Wilkins viene espulso.
I due perni su cui è stato costruito il centrocampo inglese nell’ultimo lustro non saranno disponibili per il decisivo match contro i polacchi.
Bobby Robson a questo punto decide di consegnare a Glenn Hoddle “le chiavi” del centrocampo dei bianchi.
Non più da comprimario quindi, leggermente defilato sulla destra e ai margini del gioco come nelle prima due partite ma impiegato finalmente come nel suo Totthenam: da regista e leader assoluto del centrocampo.
Al suo fianco viene inserito l’esperto Peter Reid dell’Everton, centrocampista di grande intelligenza tattica e predisposto come pochi al sacrificio.
Con il “grigio crinito” mediano dell’Everton che “porta la croce” Glenn può finalmente dedicarsi a quello che sa fare meglio: “cantare”, per se stesso e per tutto il team.
L’Inghilterra annichilisce la Polonia per reti a zero.
Gary Lineker, autore della tripletta, sembra un altro giocatore imbeccato dai lanci millimetrici di Hoddle, che sa “leggere” alla perfezione i suoi movimenti in profondità a dettare il passaggio.
Negli ottavi di finale tocca al Paraguay ma non ce n’è più per nessuno.
L’Inghilterra gioca un grande calcio e Hoddle disputa una partita sontuosa.
I suoi passaggi filtranti, i suoi cambi di gioco, la sua tecnica sopraffina e quella capacità davvero rara di calciare alla perfezione con entrambi i piedi gli regalano finalmente la vetrina che merita.
Nei quarti di finale finirà l’avventura degli inglesi, sconfitti da un furbo fenomeno come Diego Armando Maradona, dal suo sinistro e da una mano galeotta.
Glenn Hoddle entrerà praticamente in tutte gli “11 ideali” degli addetti ai lavori di quel mondiale e soprattutto ora sono in tanti ad aver conosciuto e apprezzato le doti di questo grande talento … che in fondo ha avuto solo una grande maledizione: essere nato troppo in anticipo rispetto al suo tempo.
Si, perché ora, uno come Glenn Hoddle, sarebbe un fenomeno assoluto del calcio mondiale.


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Glenn Hoddle nasce ad Hayes, nel Middlesex il 27 ottobre 1957,
Si trasferisce da piccolissimo nell’Essex ed è lì che a soli 7 anni, sviluppa già un talento incredibile per il calcio. A scuola gioca già con la selezione Under-11 anche se ha 4 anni in meno di quasi tutti i suoi compagni di squadra. E’ più o meno in quel periodo che s’innamora degl Spurs, pare durante una partita del campionato riserve.
Quando nella sua scuola vengono invitati due ex-glorie del Totthenam per la premiazione di un torneo scolastico, Martin Chivers e Ray Evans non possono fare a meno di ammirare il talento dell’ormai undicenne Hoddle.
Glenn viene invitato ad allenarsi con le giovanili del club.
Pare che bastino poche settimane per convincere i Responsabili del Settore Giovanile a mettere sotto contratto come “apprendista” il giovane Glenn.
La sua rapida crescita fisica gli provoca diversi problemi alle articolazioni e per un po’ i problemi fisici ne limitano lo sviluppo tecnico … ma è solo questione di tempo.
Hoddle brucia le tappe e il 21 febbraio del 1976, a soli diciotto anni, fa il suo esordio dal primo minuto in First Division, contro lo Stoke City la cui porta è difesa dalla gloria nazionale Peter Shilton.


L’anno successivo gli Spurs retrocederanno dalla First Division ma nonostante siano in tanti a richiedere le sue prestazioni Glenn rimane fedele ai suoi adorati colori.
Il ritorno in First Division è immediato.
Dopo un ulteriore anno di crescita è nella stagione 1979-1980 che Hoddle mostra finalmente appieno le sue incredibili doti.
Non solo dirige con la sua classe immensa il centrocampo del Totthenam ma la sua fantastica abilità al tiro, in azione e su calcio piazzato, faranno si che a fine stagione saranno ben 22 le sue reti … cifra che moltissimi attaccanti puri firmerebbero tranquillamente !
Saranno anni d’oro per il Totthenam che anche se non riuscirà mai ad arrivare ai vertici della First Division nelle competizioni ad eliminazione diretta otterrà risultati eccezionali come le due FA CUP consecutive nel 1981 e nel 1982 o la brillantissima prestazione nella Coppa Uefa della stagione 1983-1984 che vedrà trionfare gli Spurs nella doppia finale contro i temibili belgi dell’Anderlecht di Morten Olsen, di Enzo Scifo e di Georges Grun.
Dopo i Mondiali in Messico del 1986 le richieste dal continente per Glenn si moltiplicano.
Hoddle chiude la sua carriera agli Spurs con un’altra finale di FA CUP, questa volta uscendo sconfitto dal sorprendente Coventry.
Ad attenderlo ci sono i francesi del Monaco di un giovane e rivoluzionario manager che si chiama Arsen Wenger. Con lui arriva dal Milan il connazionale Mark Hateley e al Monaco troveranno tra gli altri calciatori di livello assoluto come i nazionali francesi Ettori, Battiston e Amoros … mentre l’anno successivo si unirà a loro un giovane attaccante liberiano di cui si raccontano meraviglie che si chiama Georges Weah.
Per Hoddle e il Monaco c’è subito la conquista del titolo e Hoddle è il riconosciuto protagonista principale e leader assoluto della squadra.
Wenger lo esime da tutti i compiti difensivi e lo lascia libero di muoversi e creare nella metà campo avversaria.
Il portiere Jean-Luc Ettori dirà di lui “Per noi Glenn è Dio. Non c’è altro da aggiungere”.
 

Hoddle nelle sue prime due stagioni al Monaco segnerà 29 reti in 84 partite prima che un brutto infortunio al ginocchio da cui fatica a riprendersi convincerà il Monaco e lo stesso Glenn ad arrivare ad una risoluzione consensuale.
Rimane oltre un anno senza riuscire a tornare in campo.
A 33 anni non è facile accettarlo.
Non è più un calciatore ed è obiettivamente troppo giovane per una panchina importante.

L’unica offerta concreta arriva dallo Swindon Town, squadra in gravi difficoltà finanziarie che proprio a causa di poco trasparenti operazioni economiche si è vista prima strappare una First Division conquistata sul campo e poi dover sopportare una autentica emorragia dei propri migliori calciatori.
Quando Glenn arriva al Club la situazione è davvero drammatica.
In pochi mesi si è passati da una First Division raggiunta per meriti sportivi e poi negata ad una quasi certa retrocessione nella Terza serie del calcio inglese.
Hoddle, che si è comunque tesserato come “player-manager”, non si dà per vinto.
Con una autentica impresa salva i Robins dalla retrocessione e nella stagione successiva sfiora addirittura i play-offs. Nel frattempo il ginocchio ha iniziato a fare giudizio e sono sempre più frequenti i match in cui Glenn “si mette in campo”. E’ un uomo intelligente, lo è sempre stato.
Sa che in mezzo al campo non ha più la possibilità di imporsi. Ritmi troppo alti e scontri fisici troppo cruenti per il suo ginocchio.
E così s’inventa come “libero” in una difesa a tre, qualcosa di assai poco comune nel calcio inglese anche se sperimentato con successo a livello di Nazionale da Bobby Robson (toh, guarda chi si rivede !) ai Mondiali in Italia del 1990.
Nella stagione successiva però la qualificazione per i play-offs arriva davvero e nella finale di Wembley del 31 maggio del 1993.
Glenn è in campo con il numero 4.


Pochi giorni dopo aver portato lo Swindon in First Division Glenn Hoddle accetterà l’offerta del Chelsea, anche qui mantenendo lo status di allenatore-giocatore.
I suoi tre anni al Chelsea confermeranno appieno le sue grandi doti di manager anche se non tutti apprezzano i suoi modi spesso sprezzanti e arroganti.
Nel maggio del 1996, a 39 anni, arriva la panchina più importante nella carriera di qualunque allenatore inglese: è la Nazionale dei 3 leoni che lo vuole al comando delle operazioni per raggiungere le finali del Campionato del Mondo di Francia del 1998.
Lo farà alla grande, conquistando il primo posto nel girone di qualificazione e costringendo l’Italia al play-offs con la Russia.
Ma questa, come direbbe il grande Carlo Lucarelli, è un’altra storia …

Nell’ottobre del 2018, esattamente il giorno del suo 61mo compleanno, mentre si trova negli studi della BT Sport, Glenn Hoddle ha un attacco cardiaco.
Solo il prontissimo intervento di Simon Daniels, uno dei fonici dello staff, evita il peggio.
Hoddle viene ricoverato in gravi condizioni ma dopo pochi giorni viene considerato fuori pericolo.
… e per quanto controversa possa essere la sua figura una cosa è certa: di talenti del genere in Inghilterra ne sono nati proprio pochi …


ANEDOTTI E CURIOSITA’

Durante il suo soggiorno in Francia con il Monaco dove vinse il campionato nella sua prima stagione ed eletto miglior calciatore della stagione, furono davvero in tanti a celebrare il suo grande talento.
Significative le parole del compagno di squadra Patrick Battiston all’epoca terzino del Monaco e della Nazionale francese. “Non fatemi scegliere tra Michel Platini e Glenn Hoddle … perché non saprei davvero dirvi chi dei due è più bravo”.

Lo stesso Michel Platini, parlando di Hoddle disse che “se fosse nato in Francia in Nazionale avrebbe giocato almeno 150 partite !”

Arsene Wenger si spinge ancora più in là.
“E’ il calciatore tecnicamente più forte che io abbia mai allenato. Controllo di palla sublime, visione di gioco e una capacità di calciare alla stessa maniera con entrambi i piedi che non ho mai più visto né prima né dopo di lui” … e qualcuno bravino Wenger lo ha allenato … 

Non tutti però sono stati ferventi ammiratori di Hoddle. Tommy Smith, il forte e durissimo difensore del Liverpool, ha sempre criticato duramente la scarsa propensione di Glenn Hoddle allo scontro fisico e alla sua totale mancanza di “cuore” e di … attributi !
“Per quanto mi riguarda per me potete chiamarlo “GLENDA !” fu la spietata sentenza di “Iron Man” Smith.

Infine le parole di uno dei suoi più grandi estimatori, Brian Clough, il più grande allenatore inglese di sempre.
“Se fossi io il manager dell’Inghilterra costruirei la squadra attorno a lui. Un genio come Hoddle non possiamo permetterci di sprecarlo”
disse il grande manager di Nottingham Forest e Derby County aggiungendo poi un chiaro messaggio ai detrattori dell’elegante regista degli Spurs. “Dite che Hoddle non ha coraggio ? Ma avete idea di che coraggio ci voglia per giocare come gioca Hoddle ? Lui si assume responsabilità con il pallone, sempre, in ogni momento del match. Questa è la differenza tra lui e tutti gli altri.”

… e sono in molti a chiedersi COSA sarebbe stata una Nazionale inglese con Brian Clough in panchina e Glenn Hoddle in cabina di regia …