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La domenica di Pasqua del 1945, l'ultima Pasqua in tempo di guerra, in una Torino devastata dalle bombe e dove scarseggiano pane e latte, allo stadio Mussolini si gioca un Juventus-Torino tra spari e rivolte.

L'ITALIA DOPO L'ARMISTIZIO - Gli anni'40 degli italiani sono anni davvero tremendi: il regime fascista conduce il Paese in guerra al fianco della Germania nazista portando al definitivo collasso dell'economia e della tenuta sociale. Il 25 luglio del 1943 viene dimissionato Benito Mussolini, ma è successivamente alla pubblicazione dell'armistizio dell'8 settembre che il Paese precipita nel caos. Gli Alleati entrano a Napoli, i nazisti invadono dal nord, il Governo Badoglio dichiara guerra alla Germania e a Roma la Resistenza antifascista si costituisce nel Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) mentre Mussolini, dopo essere stato liberato dai nazisti, proclama la Repubblica Sociale Italiana. La Penisola viene tagliata in due dalla Linea Gotica, con le principali vie di collegamento distrutte dai continui scontri e bombardamenti.

IL CALCIO ITALIANO DOPO L'ARMISTIZIO - Nei mesi successivi alla caduta del regime fascista la Federcalcio sposta la sua sede da Roma a Venezia e quindi Milano. La stessa Federazione, ancora controllata dalla repubblica di Salò, per la stagione 1943/44 organizza un “campionato di guerra” che si sviluppa su base locale nell'alta Italia e che alla fine – luglio 1944 – verrà vinto dalla squadra dei Vigili di La Spezia, mentre nelle condizioni difficili di Roma “città aperta” la Lazio vince il campionato romano. Poi più nulla, o quasi. Come detto gli eventi storici e bellici hanno il sopravvento e di calcio se ne giocherà sempre meno. Brevi tornei, poche amichevoli: gli italiani hanno altro per la testa, devono sopravvivere e c'è poco tempo per il calcio. Soprattutto la semi paralisi dei trasporti e la rottura dell'unità federale con la FIGC a Milano e l'organizzazione del calcio al sud affidata a Fulvio Bernardini, comportano un ritorno ad un'organizzazione pionieristica con tornei regionali e locali: tra gli altri, a Genova nei primi mesi del 1945 si gioca la Coppa Città di Genova, a Roma la seconda edizione del campionato romano vinto questa volta dalla Roma e a Torino dal febbraio all'aprile del 1945 si disputa il Torneo FIAT. E amichevoli. Tra queste va senz'altro ricordata l'amichevole del giorno di Pasqua tra Juventus e Torino.

LA JUVE DEI RICORDI CONTRO IL TORO DEL FUTURO - Un'amichevole, dunque. Benefica, con l'incasso destinato agli sfollati e la partita dedicata alla memoria di Pio Marchi, ex calciatore juventino morto nel bombardamento di Torino del dicembre 1942. Lo scrittore torinese Nico Ivaldi nel suo bel libro Derby di guerra. Juve-Toro 1° aprile 1945 racconta per la prima volta in maniera minuziosa quell'amichevole che in fondo di amichevole non ebbe nulla. Il teatro di quel derby è lo stadio Mussolini circondato da guardie nere e soldati tedeschi in una Torino devastata dalle bombe e dalla fame. Accorrono in tanti a vedere la partita, tra la maggioranza composta da fascisti e soldati tedeschi ci sono anche alcuni partigiani che desiderano passare due ore senza pensare alle afflizioni. Il Torino è campione d'Italia in carica, ha vinto l'ultimo campionato che si è disputato prima dell'interruzione, avendo la meglio sulla tenace resistenza del Livorno, il primo di cinque scudetti consecutivi; la Juventus, che i suoi cinque scudetti consecutivi li aveva già vinti negli anni'30, è ormai diventata la squadra di riferimento nel panorama italiano. Insomma, per dirla come Ivaldi la dice nel suo libro, si affrontano “la Juve dei ricordi contro il Toro del futuro”. La Juventus è quella di transizione del patron Dusio, quella che negli anni più bui della guerra viene denominata Cisitalia Juventus, il Torino è già quello di Ferruccio Novo che sempre in quegli stessi mesi assume come denominazione Torino FIAT: stranezze dovute al fatto che entrambi i presidenti cercano in ogni modo di evitare ai propri calciatori la chiamata alle armi. 

DERBY DI GUERRA - Quella soleggiata e mite domenica di Pasqua le due squadre si presentano in campo con queste formazioni:

Juventus: Sentimenti IV, Foni, Rava (cap.); Depetrini, Parola, Capaccioli; Sentimenti III, Borel II, Raccis, Lushta, Conti;

Torino: Bodoira, Di Gennaro, Ferrini; Castelli, Ellena, Baldi III; Ossola, Loik, Gabetto, Mazzola (cap.), Barbero 




Il primo tempo scorre tranquillo, le reti di Mazzola e Sentimenti III portano negli spogliatoi il risultato sul 1 a 1, ma è con il secondo tempo che l'amichevole smette di essere tale. Dopo tre minuti l'arbitro a seguito di un fallo di Ferrini su Raccis indica, deciso, il dischetto del rigore a favore della Juventus, se non che, corso verso l'area, “fa una strana danza col corpo e con le mani” e annulla la propria decisione, tra le vibranti proteste dei bianconeri che, peraltro, pochi minuti dopo riescono a passare in vantaggio. A quel punto inizia la gazzarra. Prima c'è un fallo di Capaccioli su Loik, quindi la “rappresaglia” di Ellena che falcia Raccis ed infine Mazzola che sferra un calcio nel deretano a Borel “reo” di averlo irriso facendogli passare il pallone sopra la testa. Scoppia la rissa che coinvolge tutti, giocatori, panchine, e il pubblico sugli spalti, da dove alcuni esagitati lanciano pietre all'indirizzo dei giocatori, tanto che i soldati tedeschi entrano in campo per cercare di ristabilire l'ordine imbracciando mitragliatrici MG42. Sparano alcuni colpi in aria, ma dagli spalti parte un colpo, poi un altro e un altro ancora. 

Leggiamo, ancora, dal bel libro di Ivaldi:
“(...) Le pallottole sibilavano sopra le teste imbrillantinate dei giocatori, che si bloccarono terrorizzati. Lo stadio ammutolì. I giocatori smisero di darsele. E qualcuno di loro, nel dubbio, si gettò a terra, non si sa mai. Intanto gruppi di tifosi cominciarono a guadagnare l’uscita, terrorizzati”. 

Passano lenti alcuni minuti. Appena gli spari cessano l'arbitro espelle Loik, Mazzola e Capaccioli e il resto dei giocatori pensa bene di ricominciare da dove era stato interrotto, cioè a darsele di santa ragione, tanto che l'arbitro sospende la partita. I calciatori non fanno in tempo a guadagnare la via degli spogliatoi che le mitragliatrici dei soldati tedeschi riprendono a sparare in aria, mentre dagli spalti in risposta si odono altri colpi di pistola. Ancora minuti che trascorrono lentissimi, quindi tornata, si fa per dire, la calma in uno stadio ormai semi vuoto l'arbitro ordina di riprendere il gioco tra lo sbigottimento dei calciatori. Si odono ancora un paio di colpi, i calciatori tutto vorrebbero che trovarsi ancora lì a giocare una partita ormai davvero inutile, chiedono più volte all'arbitro di farla finita, poi quando mancano dodici minuti alla fine e la Juventus segna la terza rete l'arbitro, finalmente, fischia anticipatamente la fine.

Il derby di guerra è finito, la pelle è salva. Per Torino e l'Italia nei giorni successivi sarebbe iniziata la battaglia finale verso la libertà.


  (Alessandro Bassi è anche su http://storiedifootballperduto.blogspot.it/)