Venti anni fa moriva Lucio Battisti. Decisamente troppo giovane per andarsene, ma il destino non tiene conto della carta di identità. Un’intera generazione, la mia, di ragazzi e di ragazze ancora in equilibrio sulla corda che separa la spensierata gioventù dalla pesante consapevolezza della maturità con la partenza del cantautore perse un punto di riferimento molto importante di quella vita che è possibile coniugare con le pulsioni di anime comunque gentili. Ma essendo un certo tipo di musica eterna anche i suoi autori e interpreti superano l’asticella della fisicità temporale e temporanea per andarsi a collocare senza tempo. Battisti è stato ed è sicuramente uno di questi personaggi le cui opere ancora oggi vengono cantate da giovani i quali non hanno mai avuto la fortuna di vederlo dal vivo o di ascoltarlo in diretta. 

Quel che si suole dire un campione, nel suo genere e per la sua arte naturalmente. Un’icona che, come tutte le figure di grande visibilità e prestigio, venne anche talvolta strumentalizzata per finalità che nulla c’entravano con le sue qualità di poeta. Il fatto che le opere di Lucio Battisti non fossero frutto di ideologie e neppure strumento per urlare una “rabbia contro” gli valse l’attribuzione di un gossip tanto vergognoso quanti falso. Quello di essere un fascista o comunque di non volersi sbilanciare verso quei sentimenti politici fin troppo modaioli per essere autentici. Questo e altro gli fecero decidere di lasciare l’Italia e di rifugiarsi a Londra senza mai più comparire una sola volta in un Paese, il nostro, che non sopportava più. Lui autore, insieme con il paroliere Mogol, di brani che erano e sono autentici capolavori tagliò di netto cn il passato anche sotto il profilo della sua produzione artistica. Una musica diversa con parole, scritte da Panella, al limite del surreale.
Restano, negli archìvi, fotografie curiose ed emblematiche di quei tempi. Qualcuna anche di carattere calcistico. Lucio Battisti non era un tifoso praticante. Confessava di tenere alla Lazio più che altro per non dispiacere a suo babbo Alfiero “aquilotto” convinto. Il suo giocatore preferito era Giorgio Chinaglia. Però, pur essendo maldestro con un pallone tra i piedi non si tirava indietro tutte le volte che i suoi colleghi “canta-calciatori” gli chiedevano di scendere un campo per le partite del cuore. Era la nazionale nella quale giocavano Morandi, Baglioni, Leali, Giacobbe, Mogol e altri vip della musica (foto rockit.it). Celebre fu la gara di esordio assoluto per Battisti, nel 1973 a Roma, contro una formazione composta, tra gli altri, da Ugo Tognazzi, Enrico Montesano, Philippe Le Roi  Franco Nero e Sandro Mazzola. Battisti venne schierato come centravanti. Gianni Morandi a Baglioni che, dopo una fuga sull’out, centra di giustezza. Lucio è solo davanti al portiere e si alza sulle punte degli scarpini, più come un ballerino che come un bomber. Il gol sembra inevitabile. La palla lo supera e lui incorna il vento. Una oceanica risata arriva dagli spalti e poi subito dopo un applauso altrettanto universale con il pubblico che intona “Il mio canto libero”. E Lucio, insieme ai suoi compagni ride beato.