Quasi novant'anni fa un italo-argentino tutto genio e sregolatezza insegnava al mondo del football che una partita poteva essere decisa anche all'ultimo respiro, all'ultimo giro di lancette. Quel giocatore era Renato Cesarini e la partita che entrò per sempre nella storia un'incertissima Italia – Ungheria valevole per la Coppa Internazionale giocata il giorno di Santa Lucia del 1931.

IL CE': TRA TANGO E PELOTA - Nasce a Senigallia da famiglia povera, tanto povera che pochi mesi dopo la sua nascita emigra in Argentina. Qua Cesarini si innamora del pallone e non solo. La notte la vive appieno, è il suo mondo fatto di musica, donne e champagne. Ma c'è anche il pallone, eccome se c'è. Tanto è bravo col pallone tra i piedi che Cesarini nel 1930, a 24 anni, viene chiamato dalla Juventus a giocare in Italia. È una Juventus stellare, pronta a vincere scudetti in fila, è la Juventus di Combi, Rosetta e Caligaris, la Juventus di Bertolini e Ferrari, Orsi e Borel. E di Carcano, l'allenatore. Carcano capisce subito di che pasta è fatto il Cé, lo marca stretto, tanto stretto che paga alcuni ragazzini per pedinarlo e quindi riferirgli di come vive la notte. Cesarini è sveglio e se ne accorge. È sveglio e ha parecchi soldi da spendere, con l'ingaggio che si ritrova: paga il doppio, il triplo gli stessi ragazzini perché non vadano a riferire nulla. Torino è la città dalle mille luci per Cesarini, ama le donne di classe, le carte da gioco, i bei vestiti e lo champagne. Insomma, vive intensamente tutti i minuti che il tempo gli concede. Arriva anche ad aprire un lussuoso locale da ballo in Piazza Castello, dove già c'era il bar di Combi. Due orchestre vi si alternavano per tutta notte, con gli orchestrali vestiti da gauchos e lui, sembra scontato sottolinearlo, sempre presente, sino all'alba. Spesso la mattina Cesarini arrivava ad allenamento già iniziato e scendeva dal taxi in pigiama, appena alzato. Eppure in campo era una roccia, un calciatore esemplare, dotato di tecnica, fantasia e fisico. Un fuoriclasse, in una parola. Agnelli stravede per lui, il barone Mazzonis, burbero presidente juventino un po' meno. Le multe al Cé fioccano, alcune l'italo-argentino le paga, altre riesce a farsele togliere promettendo di segnare almeno una rete nella partita successiva, e in genere sceglie sempre una partita difficile: capito il tipo? LA ZONA CESARINI - Quel minuto, quell'unico minuto che può mutare il corso di una vita, quel minuto che basta per farti entrare nella storia Renato Cesarini lo ha sfruttato in pieno e se lo è fatto suo, suo e di nessun altro. L'ultimo minuto di una partita di calcio, è quello che ilCé “sceglie” di fare suo. Cesarini in un freddo giorno di Santa Lucia del 1931 scaglia di forza il pallone in rete quando mancano solo otto secondi alla fine di Italia – Austria. È la vittoria per l'Italia, il momento dell'immortalità per il Cé. È la prima volta che Cesarini segna al novantesimo, eppure è sufficiente perché quel minuto diventi suo e di nessun altro. Non subito, però. Sarà Eugenio Danese che una settimana più tardi, nel commentare una rete segnata sul finire della gara Ambrosiana Inter – Roma da Visentin parlerà di “zona Cesarini” e da quel momento tutti useranno quell'espressione. Alcuni anni più tardi, finita la guerra, finita la vita da calciatore, sarà lo stesso Cesarini che ricorderà quel momento sulle pagine della Stampa Sera del 1947: “(...) Toccai il pallone col ginocchio e superai il mediano Lazar. Mi si fece incontro il terzino magiaro: una finta ed un altro colpo col ginocchio. Anche Kocsis fu sorpassato ed il pallone filò lungo, in avanti. Su di esso cercò di intervenire Costantino, ma io precipitandomi con irruenza, letteralmente lo spostai inditro, di mezzo metro, prendendolo per la maglia. I falli sui compagni di squadra non sono fischiati dall'arbitro e potei quindi proseguire l'azione. Ancora una finta verso Orsi per ingannare il portiere (…), il mio tiro secco da venti metri si infilò nella rete difesa da Ujvari. L'orologio di Mercet, direttore di gara, segnava 44' e 52” del secondo tempo. Altri otto secondi e l'incontro terminò.”
In realtà anche La Gazzetta dello Sport la settimana dopo la rete del Cé nel raccontare il gol segnato dall'Ambrosiana-Inter contro la Roma parla di un “caso Cesarini”: “(...) Ormai la partita volge alla fine e solo uno “caso Cesarini” può consacrare la superiorità rimasta sterile (…).” Insomma, il Cé con quel suo gol all'ultimo respiro all'Austria entra nell'immaginario collettivo, nel lessico sportivo e non solo. Così il novantesimo minuto diventa il minuto del Cé, per sempre, e quel minuto diventa un modo di dire che ancora oggi impreziosisce il racconto di una partita di calcio.

(Alessandro Bassi è anche su http://storiedifootballperduto.blogspot.it/)