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Nei momenti di grande difficoltà per il buio che ci circonda, a fornire un bagliore di luce e di speranza provvedono le persone che possiedono come dote naturale o per educazione ricevuta il dono della lucentezza. Una qualità interiore che, tradotta in termini pratici, significa buon senso, capacità di operare distinguo trai valori fondanti dell’esistenza, sensibilità e coraggio nello schierarsi. Il fatto di poter contare su tali individui, uomini e donne, al proprio fianco rappresenta una discreta fortuna. Il Milan, inteso come società calcistica può dunque dirsi oggi fortunato.

Ha letto più volte l’intervista che Aldo Cazzullo ha realizzato, ieri, con Paolo Maldini per il Corriere della Sera. Ad ogni ripasso ho trovato elementi sempre nuovi di riflessione non tanto perché il dirigente rossonero abbia esternato concetti epocali semmai perché proprio la sua semplicità di esposizione per la formulazione di concetti improntati alla normalità e alla ragionevolezza ha fornito la consolante immagine di quanto anche il rutilante e chiasso pianeta del pallone possa convivere tranquillamente con la più modesta e meno urlata realtà quotidiana che appartiene a ciascuno di noi.

Paolo Maldini, dalla sua situazione “coatta” di vittima del virus insieme con suo figlio Daniel, ha raccontato di se stesso come persona e anche come professionista badando bene e senza mai esasperare i toni di dare un senso alle priorità che tutti dovremmo aver ben presenti in un momento come questo ma poi anche in futuro quando la luce sarà tornata. Il primo pensiero espresso dall’ex capitano rossonero non è andato a se stesso e alla paura provata quando i primi sintomi del male si sono manifestati, ma ai suoi genitori Marisa e Cesare. “Non ci sono più, mi mancano tantissimo ma sono felice perché in caso contrario sarei stato troppo angosciato per loro”. Tenero e toccante.

A seguire tutta una serie di considerazioni sulla sua bella famiglia, fratelli e sorelle compresi, la cui salute rappresenta lo scopo principale della sua vita. Infine gli amici perduti in questa guerra virale, uno in particolare, quello che sta combattendo in un ospedale di Legnano. Un discorrere lucido e semplice  spoglio da quella retorica nella quale è facile cadere quando il tema è così emotivamente forte.

Medesimi toni e stessa normalità allorchè la discussione è andata fatalmente a toccare l’argomento professionale. Il calcio visto dalla quarantena e più specificatamente il Milan sono certamente un nodo importante per il direttore dell’area tecnica rossonera ma non al punto da farlo uscire dal seminato della logica e dell’equilibrio. Nessuna invocazione ad allenamenti fuori luogo. Nessuna frenesia per riprendere le attività prima che lo tsunami sia passato sul serio. Massima attenzione e rispetto per i tifosi dopo la devastante esperienza di quella “bomba” sganciata su San Siro con Atalanta-Valencia. Solidarietà e comprensione per  i suoi “dipendenti”, anche quelli in fuga dall’Italia. Riflessioni sulla necessità di sacrifici economici anche da parte dei “divi” che non sono diversi da tutti lavoratori i quali stanno subendo  danni enormi o addirittura irreversibili.

Infine un lesto e distratto accenno a Berlusconi intravisto soltanto al funerale di suo padre Cesare. Il Cavaliere che, quando Paolo ancora giocava, gli promise: “Prenderai tu il mio posto”. Acqua passata. Diversa da quella che oggi scorre accanto al Milan il cui padrone sbaglia, perché farebbe bene a tenersi molto stretto un dirigente speciale come Maldini. Un uomo.