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Un posto che ti entra nel cuore, diventato il cuore del problema. Di una pandemia, quella del coronavirus, che ha investito gli Stati Uniti, che non risparmia nessuno, nemmeno la città che non dorme mai. Colpita, ferita, ha spento tutto e si è barricata in casa, cercando di arginare un nemico che avanza da tutte le parti. Sembra il copione di un film made in Usa, ma di finto e costruito non c'è nulla. E' la cruda realtà, raccontata a calciomercato.com da Grazia, un'insegnante italiana di musica che da qualche anno vive nella Grande Mela.

Prima di tutto, la salute. Come sta? 
Bene, fortunatamente bene. Io e mio marito viviamo a New York da quasi due anni ed effettivamente la New York delle ultime settimane non somiglia a quella alla quale siamo tutti abituati. Ora conta la salute, per noi e per nostro figlio, nonostante abitiamo a Brooklyn, in una delle zone più colpite, stiamo bene. Sapevamo che l'emergenza sarebbe arrivata anche qui: abbiamo visto quello che succedeva in Italia, per questo ci siamo mossi con anticipo e abbiamo preso le giuste precauzioni. Ci siamo preparati, il nemico è arrivato.

Come state vivendo l'emergenza?
Abbiamo cambiato la nostra vita. Stiamo in casa, facciamo la spesa on line. Al momento è un servizio che funziona, un po' rallentato, ma non abbiamo avuto grandi difficoltà. Facciamo un po' fatica a trovare alcuni beni come carta igienica, farina e lievito, quello che non ci arriva a casa lo cerchiamo nei negozi. Usciamo singolarmente, recuperiamo quello che ci manca e rientriamo subito a casa. I 'sanitizer', gli igienizzanti, sono andati a ruba fin da subito, fortunatamente mio marito aveva fatto una scorta a dicembre, quando è nato il nostro bambino. Ci siamo mossi con anticipo anche per le mascherine. A fine febbraio, lontani dall'emergenza, abbiamo acquistato due scatole. Ora sono introvabili e quelle che si trovano hanno prezzi folli. Come ci sentiamo? C'è una sensazione di smarrimento, New York non è la nostra città, siamo lontani dalla famiglia e dagli amici, ma siamo tutti sulla stessa barca. Tutto il mondo sta affrontando lo stesso problema, bisogna reagire. Viviamo con cautela, senza azzardi. La tecnologia fortunatamente aiuta. Possiamo sentire i nostri cari su Skype o Whatsapp, ovviamente con fusi orari e routine personali rivisitate.

Come è cambiata la vostra quotidianità?
E' stata stravolta, rimanendo in casa e gestendo un bambino abbiamo una rosa ridotta di scelte. Mio marito, che lavora per un noto brand italiano, è in smart working da tre settimane, io insegno musica e tengo qualche lezione via Skype o Facetime. Ovviamente ho sospeso le lezioni in casa, con bambini e giovani allievi. Sono il primo veicolo del virus, anche se ho sempre sanificato tutto, pianoforte, tastiera, mani non ha senso prendersi dei rischi. Per il resto ci dobbiamo inventare tutto. Abbiamo la fortuna di avere un rooftop per fare quattro passi col passeggino, almeno prendiamo una boccata d'aria. Non andiamo più a mangiare fuori e limitiamo il cibo a domicilio, le cui scatole andrebbero comunque igienizzata, come faccio con la spesa. Credo che dovremo convivere con questa situazione per uno-due mesi. Cerco di pensare positivo, questa è un'occasione per fermarsi, per pensare sperimentare cose diverse.

La città non è in lockdown: da Trump a Cuomo, stanno facendo abbastanza per arginare l'emergenza?
Mi pare evidente che il presidente Trump abbia sbagliato a sottovalutare il virus. Lui e la sua squadra hanno gestito l'emergenza da incompetenti. Era sotto gli occhi di tutto quello che stava succedendo in Cina e in Italia, si sono mossi in colpevole ritardo. E' francamente imbarazzante. Fino a qualche giorno fa parlava di festeggiare Pasqua in chiesa, con i propri cari, ora ha giustamente cambiato registro. Cuomo (il governatore dello stato di New York ndr) invece è molto pragmatico, ha tutto il mio rispetto. Ogni mattina alle 11.30 seguo i suoi follow up, racconta la verità, è molto obiettivo. Racconta i numeri e sta facendo di tutto per fronteggiare la pandemia. Il battibecco tra lui e Trump è all'ordine del giorno.
Come si stanno comportando i newyorkesi?
La città ha cambiato volto, tutto si sta spegnendo ma non è in lockdown e questo evidentemente dà il diritto a qualcuno di continuare a fare quello che vuole. Lo ha fatto anche quando è stata dichiarata l'emergenza, nonostante le linee guida chiare. Chi andava in giro con la mascherina veniva quasi deriso. E' in arrivo un'ordinanza per chiudere i parchi e i campetti da basket, per esempio, perché il concetto di 'social distance' non è sempre rispettato. Credo che si arriverà alla chiusura totale e forse all'esercito per strada. Quando gli americani hanno paura vanno a comprare armi e munizioni. Questa emergenza ci farà vivere chiusi in casa per tanto tempo. Non sarà una cosa breve, temo che qualcuno uscirà di testa. Bisogna stare attenti, uscire poco: qui hanno le armi e la gente disperata, con le armi, è un grande pericolo, non sai quello che può fare (secondo il New York Times negli Usa sono state vendute 1,9 milioni di pistole in un mese per paura dell’epidemia ndr).​ 

E' vero che un mese fa gli italiani erano considerati gli untori?
A metà febbraio un paio di amici ci ha chiesto: "Quando è l'ultima volta che siete stati in Italia?". Il modo, il tono della domanda ci ha sorpreso. Come se fossimo noi i colpevoli. Di certo qualcuno, qui, ha etichettato gli italiano come untori, un po' come è successo in Italia all'inizio dell'emergenza con i cinesi. Fa un certo effetto guardare la televisione e sentire l'Italia nominata così tante volte. E' considerata come l'esempio da non seguire.

Come gli Usa pensano di curare chi non ha l'assicurazione medica?
Cuomo sta riorganizzando gli ospedali, ha fatto una rete unica, tra privato e pubblico, anche se qui il concetto di pubblico è relativo, perché è tutto a pagamento. Ieri un giornalista gli ha chiesto: "Come pensate di curare chi non può permetterselo?" Lui ha risposto in maniera nobile: "Il problema è salvare vite, non ragiono a chi e come dovrà pagare i conti. Ci penseremo in un secondo momento". Per Cuomo i malati sono persone, non numeri.

Come cambierà New York dopo questa emergenza?
Sono molto curiosa, ci saranno fasi di passaggio. Credo che per un po' andremo in giro con mascherine e guanti. C'è però da riconoscere agli americani che hanno molta energia. Una città come New York si tirerà su rapidamente. E' una qualità che va riconosciuta, che noi non abbiamo. New York è una città che si dà da fare, non sta con le mani in mano. Anche in questo periodo, con tanti ristoranti e locali che hanno chiuso, sono stati aperti dei crowdfunding, delle raccolte fondi da parte dei cittadini per sostenere economicamente chi ha perso il lavoro, chi non ha tutele lavorative. E qui sono davvero in molti. Dal kebabbaro a chi vende ciambelle, non ci sono differenze. L'obiettivo è quello di difendere gli esercizi commerciali della zona, per far sì che l'offerta non cada a picco quando tutto ripartirà.

Cosa pensa di quello che sta succedendo in Italia?
La domanda sull'Italia trafigge il cuore, soprattutto per chi sta lontano. E' una situazione drammatica, vedo le città spegnersi. Vederla così fa male, è una lacrima che scende. Ho persone che conosco che sono in ospedale, ci sono persone che conosco che sono mancate. Speriamo che questo nemico invisibile venga sconfitto presto.