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Non vincerà il campionato e nemmeno la Champions. Trattandosi di Josè Mourinho, allenatore del Real Madrid, bisogna considerarlo un fallimento, nonostante il primo e l’ultimo quarto d’ora di bolgia del Bernabeu. Per altri tecnici e per altre squadre sarebbe stata solo una stagione non fortunata, per lui e per il Real è un’umiliazione. In finale ci va il Borussia con il calcio di Klopp che, quanto a ricchezza e vivacità di idee, è ben oltre Mourinho. Forse è arrivato il momento che Josè prenda atto che nel calcio servono anche le idee, non solo le polemiche, le sfide su cui basare la forza di una squadra trasformandola in un partito, in una fazione. E’ finito il tempo di quel Mourinho, ne servirà uno capace di dare gioco alla sua prossima squadra più che voce alla sua ormai stancante rivalsa personale. Ieri il Real è stato pericoloso solo quando il clima si è fatto elettrico, quando la partita è uscita dal suo corso logico. Nei momenti chiave c’era solo il Borussia. Dei 180' di questa semifinale, i madridisti ne hanno giocati una trentina, gli altri sono stati dei tedeschi e se ricordiamo come erano andati gli ottavi col Manchester resta l’impressione di un Real improvvisato e sempre al di sotto del livello dei suoi interpreti. Klopp porta in finale di Champions un calcio che organizza la frenesia, che stabilisce concetti chiari e nuovi di un movimento corale. Il Borussia ha ottimi giocatori, alcuni di statura mondiale, ma senza fuoriclasse, anche se ieri sarebbe bastato solo un briciolo in più di concretezza per evitare la sofferenza finale. E’ un prodotto finito di calcio collettivo ed è quasi l’opposto del Barcellona, che prima di schiantarsi all’Allianz Arena aveva mostrato all’Europa un insuperabile esempio di controllo della partita, elevando a dogma il possesso della palla. Il Borussia conosce solo una mèta, la porta avversaria, da raggiungere più in fretta possibile, travolgendo reparti e vecchie considerazioni. E’ il nuovo dell’Europa. Stasera sapremo se lo è tutta la Germania.