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Il gol in Serie A parla straniero. Da tempo ha dimenticato la lingua italiana e questo inizio di stagione lo certifica in modo evidente (così come conferma la povertà qualitativa e lo spessore internazionale dei nostri attaccanti). Qualche numero. In tre giornate di campionato (30 partite) sono state segnate 95 reti (media di 3,16 gol a partita) così suddivise: 62 reti segnate da calciatori stranieri, 33 - poco più della metà - da italiani. E’ una disparità che non può sorprendere. Considerando i venti organici delle squadre di Serie A i calciatori stranieri sono circa il 61%. E’ una tendenza che ogni anno cresce di qualche punto, ma inevitabilmente cresce: tra dieci anni probabilmente gli italiani della Serie A saranno rari come i panda. Eppure: siamo incredibilmente i Campioni d’Europa. Ma il rischio - abbagliati dal trionfo di questa estate - è quello di sbagliare prospettiva. La verità è che Mancini è stato doppiamente bravo nello scegliere i 14-15 azzurri decisivi per vincere il torneo in un gruppo ristretto di giocatori, parliamo di poco più di 200 ragazzi, considerati i giovani cresciuti nel vivaio (che in molti casi non hanno mai visto il campo) e i «fuori-catalogo», cioè quei giocatori che non possono aspirare (non ne hanno la qualità) alla convocazione. Non si può nemmeno dire che gli italiani vadano all'estero con frequenza. Nei top campionati d’Europa: Inghilterra, Germania, Spagna e Francia, gli italiani si contano sulle dita di una mano. Tra i Campioni d’Europa quest'anno giocano fuori dall'Italia Donnarumma e Verratti (Psg), Jorginho (Chelsea) ed Emerson Palmieri (Lione). Stop.

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Il gol straniero è una scelta (i nostri club pescano dal mercato attaccanti prevalentemente stranieri) dettata da una realtà storica. L'ultimo centravanti puro di spessore europeo del ventennio del Duemila è stato Luca Toni, campione del mondo nel 2006 e in grado di lasciare traccia dei suoi gol anche in Bundesliga (38 in due anni al Bayern, con un titolo di capocannoniere in bacheca). Di una generazione leggermente precedente fanno parte Pippo Inzaghi e Christian Vieri. Il primo non ha mai avuto esperienze all'estero, ma la Champions League è stata per anni il suo giardinetto di casa. Il secondo nell'anno d'oro - 1997-98, dopo la Juventus e prima della Lazio - ha recitato un ruolo da protagonista in Spagna, 24 gol in 24 partite con l'Atletico Madrid. A livello internazionale lo status di Inzaghi e Vieri era quello di due top-bomber. Da allora non ce ne sono più stati. Il decennio 2010-2020 è stato in questo senso poverissimo. Il confronto con il presente è desolante. Il centravanti titolare dell’Italia Campione d'Europa - Ciro Immobile - segna con medie molto alte solo in Italia. Nelle sue due tappe all'estero - Borussia Dortmund e Siviglia - ha combinato davvero poco, finendo presto relegato ai margini. Il suo vice - Andrea Belotti - non ha praticamente esperienza internazionale, se non quando gioca con l’Italia. E se Moise Kean ha irrobustito il suo percorso professionale con l'esperienza al Psg, molte speranze sono giustamente risposte sul giovane Giacomo Raspadori, ma non sarebbe leale chiedergli tutto e subito: gioca nel Sassuolo, non ha mai calcato i prati europei, sta cominciando - con la Nazionale - a mettere il naso fuori di casa solo ora. Curiosità finale: Immobile (4 gol), Belotti e Raspadori con uno ciascuno, più la riserva Petagna, più Destro, più i giovani Piccoli e Bonazzoli sono i centravanti puri italiani che in queste tre giornate sono entrati nel tabellino marcatori. Insieme - e sono 7 - hanno segnato 10 gol (sui 32 italiani, praticamente un terzo). Pochi, pochissimi. Una orgogliosa forma di resistenza italiana all'invasione (di gol) straniera.