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“Ho cercato di spargere allegria tra la gente”. E’ l’epitaffio che è possibile leggere sopra il marmo di una tomba del cimitero di Bruzzano. Lo volle lo stesso occupante di quel luogo sacro, prima di andarsene dieci anni fa dopo quattro lune di sofferenza fisica. Autore di se stesso fino all’ultimo istante e ironico all’estremo respiro. Si chiamava Maurizio Mosca, prima giornalista serio e persino serioso e poi  giullare talvolta da avanspettacolo per i calciofili televisivi. Una vita incredibile la sua. Un uomo che per necessità e per scelta visse due volte.

La seconda parte della vita professionale, quella più  conosciuta dal grande pubblico, è la diretta espressione delle sue origini famigliari. Il padre Giovanni, infatti, era un maestro elementare il quale un giorno scoprì di possedere qualità umoristiche e letterarie eccezionali. Tant’è, ancora oggi e ricordato come uno fra i più brillanti scrittori e vignettisti di genere. Un seme, quello della satira, che venne  trasmesso dal genitore al figlio più giovane dei tre che aveva, Maurizio appunto, il quale lo innaffiò con altra acqua al punto da farlo crescere non come albero da salotti intellettuali ma come frutto per il popolo e per la gente semplice.

Era questo il personaggio nazionalpopolare che sbucava dal video, specialmente con Aldo Biscardi, travestito da mago e con in mano un pendolino. I colleghi della carta stampata lo criticavano e un poco si vergognavano a nome di una categoria la quale faticava a comprendere che è possibile dire seriamente di pallone anche divertendosi e facendo divertire. Lo seguirono in molti, dopo. Ma nessuno è mai riuscito a eguagliare la forza dell’originale, che piacesse oppure no.

In ogni caso la seconda vita di Maurizio Mosca non oscurerà mai il ricordo di quella che fu la sua prima come giornalista, poi capo redattore e persino direttore ad interim per due anni alla Gazzetta dello Sport. Il periodo in cui ci frequentammo maggiormente e lui seguiva in maniera quasi maniacale i comandamenti del rito calcistico tutto rigore in doppiopetto. Da buon osservatore che deve mantenere il distacco dalla partigianeria evitava accuratamente di svelare la sua identità di juventino. Un amore ricevuto in dono dalla sua mamma Teresa e cementato dalla fascinazione irresistibile per Omar Sivori. Dal cabezon in avanti, Maurizio predilisse sempre i campioni geniali: Beccalossi, Meroni, Maradona, Baggio, Del Piero. Anche Zico, accidenti, il suo “assassino”.

Sì, perchè fu proprio il fuoriclasse brasiliano ad accendere la miccia della bomba che esplose sotto i piedi di Mosca quando, nel corso di un Processo biscardiano, il campione dell’Udinese denunciò il giornalista per aver inventato un’intervista mai fatta. L'allora direttore della”rosea” prima sospese e poi costrinse a lasciare il giornale una delle sue ”firme”più brillanti. Maurizio aveva scherzato con il fuoco in un mondo che lo scherzo non lo accettava. E finì al rogo. Ora viene da dire per sua fortuna e quella del popolo che lo ha amato per ciò che era e che desiderava essere e che è stato. L’uomo che voleva spargere allegria tra la gente. 



Stasera alle ore 23.30 su Italia 1 andrà in onda un lungo estratto del documentario "Ricordando Mosca", realizzato nel 2012 da Andrea Sanna. Che ripercorre i momenti della sua carriera anche attraverso le testimonianze di Sandro Piccinini, Alberto Brandi, Aldo Grasso, Massimo Moratti, Carlo Freccero, Gene Gnocchi, Arrigo Sacchi, Aldo Biscardi e Gianni Mura.