53
Riccardo Cucchi ha già fatto sapere a chi lo segue sui social cosa farà sabato sera: biglietto di curva e sciarpetta della Lazio, pronto a festeggiare il quinto posto della banda Sarri. Domenica invece tanta tv, da patito del pallone. Quarant’anni di carriera, unanime consenso tra gli appassionati e i colleghi, Cucchi è sempre stato ammirato per lo stile e la professionalità. Ora che ha smesso, c’è addirittura chi lo ama. È diventato un vero personaggio per i tifosi e gli capita di rifiutare proposte di lavoro, perché vuole che il calcio sia di nuovo solo divertimento, come quando era ragazzo, e vuole il tempo che spesso non ha avuto per godersi il resto delle sue passioni, lettura e scrittura sopra tutto.

Buongiorno Riccardo: chi lo vince il campionato?
«Milan favorito, lo dice la classifica. E da appassionato sono appagato da un arrivo tanto serrato, erano anni che non accadeva. In questi giorni, tutti chiedono al Sassuolo il massimo degli sforzi e dell’impegno. Ma La Sampdoria? Sembra che l’Inter quella partita l’abbia già vinta, ma non è così nemmeno lì…».

Milan o Inter: chi lo meriterebbe di più?
«Ho sempre pensato, anche a inizio stagione, che il Milan potesse correre per lo scudetto. È che lo ha fatto in modo eccezionale, animato da un fuoco interiore, che gli ha consentito un rendimento anche superiore alle sue qualità. E questo grazie a Pioli e all’ingegneria – diciamo così – di Maldini nel costruire la squadra e gestire situazioni particolari come il caso Donnarumma».

Detto così, però è un po’ come se fosse l’Inter a perdere il titolo, più che il Milan a vincerlo…
«Eh… forse è vero, anche se riconosco che Inzaghi ha fatto un grande lavoro, ha già vinto e ha dato un bel gioco alla squadra. E dopo Conte e senza tre giocatori importanti come Lukaku, Hakimi ed Eriksen non era semplice».

Domenica scegli una partita tra le due o le guardi entrambe contemporaneamente?
«Il modello “diretta gol” se facciamo caso, nasce proprio da “Tutto il calcio minuto per minuto”, anche se il fascino della radio mi pare superiore e non parlo perché sono… di parte. Quando un campo si inserisce su un altro, la radio, che non ha immagini, sembra racconti un evento proprio di quell’istante; in tv invece poiché puoi anche “vedere”, sai che la “cosa” già successa, pare un artefatto. In ogni caso, le vedrò entrambe contemporaneamente su Dazn».

A proposito. Sappiamo perché, perché conosciamo i contratti: ma sportivamente è stato giusto che nell’ultimo mese Milan e Inter non abbiano mai giocato in contemporanea?
«Solo i più anziani possono ricordare che negli ’60, quando è nato, “Tutto il calcio” nelle ultime 5 giornate di campionato veniva addirittura sospeso, perché le squadre – che allora si portavano la radiolina in panchina - si facesse condizionare dai risultati degli altri».

Quindi anche per te sarebbe stato più giusta la contemporaneità?
«Sì, e non parlo di regolarità o trasparenza, ma del peso psicologico che può derivare dal conoscere il risultato degli avversari. In realtà, poi, nelle ultime giornate, al successo dell’una ha sempre risposta la vittoria dell’altra contendente allo scudetto, forse è un caso o forse significa che i calciatori di oggi, nati con le partite a orari sfalsati, sanno gestire meglio anche queste situazioni. L’unica partita che secondo me è stata condizionata dalla non contemporaneità è stata Sampdoria-Fiorentina, perché la Samp, salvata dai risultati della domenica, ha giocato con una libertà mentale che prima non avevamo mai visto».

L’ha ovviamente evocata anche Simone Inzaghi: 14 maggio 2000, la Juventus perde a Perugia, e sappiamo come, e la Lazio diventa campione d’Italia. Tu quella domenica eri allo stadio Curi, pronto a raccontare lo scudetto della Juventus.
«Sì, e in effetti ero a Perugia anche un anno prima, per lo scudetto del Milan, anche quello in volata e con la Lazio ancora protagonista. Tante emozioni anche nel ’99, ma quel che è accaduto nel 2000 è qualcosa di incredibile, unico, lo penso da quel giorno, un giorno che credo resterà irripetibile. C’era il sole, poi nell’intervallo si scatenò il diluvio, il campo era un acquitrino, la Juventus non voleva riprendere a giocare, Collina aspettò un’ora, il campo drenò l’acqua, si giocò e sappiamo com’è andata a finire. E poi ero all'Olimpico anche il 5 maggio, nel 2002. Ne ho viste davvero tante...».



Ci sono una data, il 14 maggio appunto, ma soprattutto un’ora nei ricordi dei tifosi laziali, le 18.04.
«Sì, perché era diventata consuetudine, dai tempi di Enrico Ameri, che nel momento esatto in cui una squadra vinceva lo scudetto, il radiocronista pronunciasse la frase con l’orario, una sorta di timbro notarile e fino ad allora, cominciando le partite alle 15, gli scudetti erano stati assegnati alle 17/17:05. Quella volta no, ecco perché “sono le 18:04 e la Lazio è campione d’Italia” è diventata una frase di culto, indimenticabile per i tifosi biancocelesti. Quello che io non sapevo, me lo ha poi raccontato di sera mio figlio, che da buon laziale era sul prato dell’ Olimpico a festeggiare, è che la radiocronaca di Perugia-Juventus, la mia radiocronaca, fosse stata diffusa dagli altoparlanti dello stadio, rimasto ovviamente gremito fino al fischio finale di Collina a Perugia».
Chissà che ribellione di passioni nell’animo di Riccardo Cucchi, impeccabile professionista, ma profondamente tifoso. Il coming out è venuto dopo, a carriera finita, ma tu eri ovviamente tifoso biancoceleste anche prima.
«Fu uno sforzo enorme, in effetti. Ma ci riuscii. La bussola da seguire era quella dell’obiettività, come ho sempre fatto in tutta la carriera, cercando solo di trasmettere emozioni. Quando in occasione dell’ultima radiocronaca, quell’Inter-Empoli del 12 febbraio 2017, la curva Nord di San Siro mi ha dedicato il bellissimo striscione che non potrò mai dimenticare, e che mai mi sarei aspettato, credo che non si trattasse di un saluto a un giornalista, ma a qualcuno che la gente ha sentito veramente vicino, per tanti anni. Mi sono sempre sforzato di stare dalla parte degli appassionati, di raccontare a loro, per loro e probabilmente ci sono riuscito e sono stato capito. Una grande soddisfazione»



Ti piace il calcio moderno, così com’è strutturato oggi?
«Sì, mi piace. Mi piacciono tutte le partite in tv, perché posso vederle tutte. Mi piace la passione dei tifosi, che è rimasta la stessa. La vedo in curva, la vedo in strada. I tifosi sono solo un po’ delusi, perché troppo spesso si sentono clienti, sono scambiati per clienti, e questo non è giusto. I biglietti per lo stadio costano troppo, sono costretti a fare più di un abbonamento dal costo anche esoso per vedere le partite in tv, tutto questo non è facile per una famiglia».

Ti piace il calcio del Var?
«Lo dissi a Nicchi in tv, la sera dopo la mia ultima radiocronaca: Il Var non risolverà nulla e le polemiche aumenteranno. Purtroppo ho avuto ragione. Il Var era uno strumento inevitabile, perché tutti avevano le immagini e l’arbitro era l’unico a non avere uno schermo. Ma come accadeva ai tempi del Processo di Biscardi, davanti alla stessa azione, nessuno era d’accordo con l’altro. Amo moltissimo il calcio, ma penso che la narrazione stia dando troppo spazio alle decisioni arbitrali. Finisce la partita, e comincia una moviola infinita, tutte chiacchiere che fanno solo male. Gli arbitri hanno sempre sbagliato e continueranno farlo, è naturale che sia così. Ricordo un commento finale di Sandro Ciotti a un Roma-Samp arbitrato da Concetto Lo Bello, che nell’occasione sbagliò molte cose. Ciotti chiosò così la partita: ha arbitrato Lo Bello davanti a 60 mila testimoni. E ho detto tutto!».

Chiudiamo con qualche rapido giudizio. Il volto più bello del campionato?
«Rafa Leao, un giocatore strepitoso, che ha ancora grandi margini di miglioramento».

La squadra rivelazione?
«Fino a un mese fa avrei detto Italiano e la sua Fiorentina, che per lunghi tratti ha giocato un calcio anche molto bello sul piano estetico. Poi si è un po’ persa… vediamo dove finisce».

Mourinho promosso?
«A pieni voti, ci mancherebbe. Anche se non vince la Conference. È arrivato tra lo scetticismo generale, ma ha rivitalizzato una squadra e un ambiente. Lui ha già vinto e se la Roma si rinforza, l’anno prossimo ci sarà da divertirsi per i tifosi giallorossi».

E di Sarri cosa dice invece il “tifoso” Riccardo Cucchi?
«Tutto il bene possibile. È a un passo dal quinto posto, ha adattato il suo lavoro a una squadra che si è trovato. Come fatturati, la Lazio vale l’ottavo, il nono posto. Sarri l’ha confermata in Europa. Anche lui meriterebbe qualche rinforzo, così l'anno prossimo potremmo divertirci anche noi…».