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Foggia, fine partita, giocatori sotto la curva (e pure la tribuna) e inno, inno ai diffidati. "Vogliamo i diffidati, vogliamo i diffidati..." cantano i giocatori. E calcano, rimarcano, aprono il ritornello con un ripetuto e maestoso Noi. "Noi vogliamo i diffidati". Volti convinti, volti decisi, volti orgogliosi e quasi felici i volti di quelli che cantano. Volti freschi, giovani. Convinti di essere nel giusto, anzi nel dovuto. Orgogliosi di quel che pensano sia omaggio a quella scivolosa e bituminosa cosa che troppo spesso nel mondo del calcio viene spacciata per onore e onore proprio non è. Non sono forzati da nulla e da nessuno ad inneggiare ai diffidati, lo fanno di cuore. 

Quindi... non c'è speranza. C'è speranza che la cultura ultrà non venga insegnata, esibita, condivisa e incistata nei campi
e negli spogliatoi partendo dai campetti e salendo via via fino al professionismo? E cosa è al fondo la cultura ultrà se non la cultura del clan come suprema e superiore legge? C'è speranza in un tempo e in luogo dove lo Stato e la regola sono l'ostacolo e non la garanzia? In una cultura di massa dove la fedeltà e l'appartenenza al clan sono virtù civili? Dove la legalità riconosciuta è quella della tribù e ogni altra è posticcia? C'è speranza? No, non c'è. 

Elena Linari, nazionale italiana di calcio femminile, in forza all'Atletico Madrid. In un'intervista parla della sua omosessualità. E dice: "In Italia ho un po' paura a dirlo, a Madrid nessun problema". Madrid...non Stoccolma. 
C'è speranza che se svelassimo tutti e tutti insieme i nostri pensieri di maschi (e anche femmine) solo una piccola minoranza condividerebbe il pensiero peraltro da alcuni non nascosto, il pensiero che sibila compiaciuto un: "Quelle quattro lesbiche"? C'è speranza che la Linari abbia torto e che non abbia nulla da temere, speranza che si sbagli ad avere paura in Italia della sua identità sessuale? No, non c'è. 

Simone Inzaghi, conferenza pre partita: "Quel che ha detto il presidente è uno sprono per tutti noi". Sprono: non è un lapsus, è uno scivolare camminando sullo sdrucciolevole di un vocabolario limitato nel magazzino e nell'uso. Sprono al posto di sprone e che vuoi che sia? Un sorriso e via. Giusto. E poi la Lazio parla calcio abbastanza bene e Simone Inzaghi ha ben altri meriti sportivi, anche se non  allena la grammatica... 
Ma c'è speranza che un uomo pubblico (tale è un allenatore di calcio di una squadra di Serie A) alleni appunto anche la grammatica magari con l'aiuto di qualche lettura non professionale? C'è speranza che gli uomini pubblici in Italia sentano come loro dovere professionale quello di parlar bene secondo grammatica e quindi logica? 

Mi dicono che gli uomini pubblici in Italia parlano anche molto peggio di Simone Inzaghi e se ne fanno vanto, anzi identità. Mi dicono che praticamente l'intera batteria di uomini (e donne) pubblici in Italia commette ogni giorno falli da cartellino rosso (che nessuno esibisce) verso il vocabolario, la lingua, il concetto, la logica. Mi dicono: e tu stai a rompere le scatole e a fare le pulci a un bravo allenatore di calcio? 
Mi dicono giusto. In un mondo della comunicazione in cui al vertice il conduttore tipo di un Tg informa (si fa per dire) leggendo testi su cui lui (lei) è con tutta evidenza disinformato e in cui alla base una barzelletta si veste di carne e ossa quando c'è chi scrive: "Mio figlio mi sà (sic!) che scriveva meglio" e lo posta come opinione su un social...No, speranza non c'è.