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Domani Juventus-Atalanta. Da trentadue anni non è soltanto una partita di calcio. Dal giorno in cui, su una strada polacca, Gaetano Scirea lasciò questo mondo dentro un carro di fuoco il confronto tra queste due squadre è una sorta di pellegrinaggio laico nel nome e nel segno di un campione talmente speciale da essere unico. Una gara che, dopo la tragedia, rappresenterà per sempre la giusta occasione per raccontare ai ragazzi la storia di un calcio a loro sconosciuto perché tanto differente da quello di oggi.

Scirea, prima di smettere gli scarpini, era stato il simbolo e la sintesi perfetta di quella professione che per lui era rimasta un gioco. Oltre ai successi, che furono tantissimi e di valore immenso, c’era lo spessore umano e civile di un personaggio il quale faceva senza alcun sforzo da modello per tutti coloro i quali intendevano lo sport come volano necessario alla semina dei buoni sentimenti quali difesa della lealtà, del rispetto, dell’onore e anche dell’eterna fanciullezza. Vincere senza prevaricare e o offendere. Lottare, anche duramente, senza far male. Riservare sempre all’avversario l’onore delle armi. In questo modo, come fece Scirea, è possibile aprire e chiudere un’intera carriera, senza subire una sola ammonizione dall’arbitro.
Per Gaetano l’Atalanta aveva rappresentato la sua prima palestra professionale. Due stagioni a Bergamo gli bastarono per lasciare il segno nello spogliatoio della Dea e in città. Poi il grande salto nella Juventus dove arrivò per non lasciarla mai più precedendo altri compagni come Bodini, Cabrini, Marocchino, Tavola, Magrin, Tacchinardi, Inzaghi e Vieri in quella sorta di sinergia che regolava i rapporti tra i due presidenti Boniperti e Bortolotti. Adesso è sicuramente tutto cambiato e l’Atalanta lotta testa a testa con i bianconeri. Ma domani, così come per due volte all’anno, i giocatori e i tifosi di entrambe le squadre dovranno tenere conto che non si tratta di una partita qualunque comportandosi di conseguenza. Come avrebbe fatto Gaetano Scirea.