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Quando nel luglio del 1923 i soci della Juventus F.C. eleggono presidente Edoardo Agnelli tutto è già come oggi.

Il figlio di Giovanni, fondatore della Fiat, è vicepresidente dell’azienda di famiglia e impone alla squadra bianconera una svolta netta, all’insegna della managerialità. I calciatori verranno stipendiati divenendo di fatto i primi professionisti del calcio italiano, ma non solo: osserveranno un regolamento interno molto rigido caratterizzato dal rispetto dell’abbigliamento formale nelle trasferte e nelle occasioni ufficiali, dal divieto di concedere interviste senza l’autorizzazione della società, il rispetto delle decisioni arbitrali, norme di bon ton e di espressione linguistica. Dettami aziendali trasferiti dalla Fiat alla Juventus che, in quegli anni, contribuiscono ad alimentare l’ammirazione del pubblico e, al tempo stesso, anche l’ostilità campanilistica. Contribuiscono comunque a creare uno stile.

Edoardo Agnelli sceglie il primo allenatore professionista, espressione del calcio al tempo dominante, l’ungherese Karoly, assieme al centravanti Hirzer. Lo stadio è di proprietà, la sede sociale aperta a dipendenti e soci. Si comincia a parlare di “spirito”, anzi di Stile Juventus. Il terzino della Pro Vercelli, squadra di dilettanti puri come la loro maglia, bianca - il fortissimo Viri Rosetta – si trasferisce a Torino con un ingaggio di mille lire al mese, cifra da sogno citata anche in una famosa canzonetta dell’epoca.

Ed è così che dal 1930, fino al 1935, la Juve di Edoardo Agnelli mette in fila cinque scudetti, proprio come oggi. L’allenatore nella prima stagione è lo scozzese Aitken, poi Carlo Carcano. Il portiere Combi è un mito come oggi Buffon, la difesa è italiana con Caligaris e Rosetta, esattamente come oggi con Barzagli, Bonucci e Chiellini.

I record di quel quinquennio lontano consegnano per la prima volta alla storia la Juve già “Vecchia Signora” e portano quel nucleo di squadra alla conquista del primo Mondiale in maglia azzurra datato 1934.

Nel ’35 però, in estate, si consuma la tragedia: Edoardo Agnelli sta rientrando da Forte dei Marmi sull’idrovolante di famiglia diretto a Genova. In fase di ammaraggio il velivolo si impenna, il presidente cade all’indietro e muore decapitato dall’elica del motore.

Si chiude la prima epoca leggendaria della Juventus. La notizia della morte di Edoardo Agnelli viene data via telefono alla squadra che si trova in ritiro a Praga, alla vigilia della partita di Coppa Europa con lo Slavia. Neanche stavolta arriverà la vittoria in campo internazionale dopo i tanti successi in campo nazionale.

La presidenza del club viene assunta dal conte Mazzonis, vicepresidente e braccio destro di Edoardo. Il vuoto si sente, la Juve è già in declino. E ci sono venti di guerra. Tutto viene spazzato via, la Juve si rifugia ad Alba, le gestione è presa dalla Cisitalia del presidente Dusio.

Passata la seconda guerra mondiale, subito dopo, arrivano i cinque scudetti del Grande Torino. Ma nel 1947 il legame della Juve con la famiglia Agnelli torna a ravvivarsi con la nomina di Gianni alla presidenza. Il figlio di Edoardo, già avvocato, riparte da un campione come Carlo Parola in difesa e soprattutto dall’estro di Giampiero Boniperti oltre che dai danesi Praest e Hansen. Riecco immediato lo scudetto, nel ’50 (e poi nel ’52). Sono gli anni in cui il binomio tra l’azienda automobilistica e la squadra bianconera diventa fortissimo. In estate la Juventus disputa un torneo internazionale in Brasile dove conquista nuove simpatie con il suo gioco e i suoi campioni.
Nel 1955 la carica di presidente passa a Umberto Agnelli, 22 anni, il più giovane di sempre. Si presenta con due colpi di mercato straordinari: Sivori e Charles. La Juve torna a vincere e sposa con i suoi successi l’ottimismo crescente di un’Italia in pieno boom economico, conquistando simpatizzanti tra i tanti che inseguono il sogno e si trasferiscono al nord, a Torino e alla Fiat in particolare, partendo dal sud. Nel ’59 Umberto ottiene anche la carica di presidente della Figc, dopo il fallimento della Nazionale che non si era qualificata al Mondiale in Svezia. Con lui la Juve centra il primo traguardo storico, i dieci scudetti che valgono la prima stella. Umberto è il più giovane di tutti e vince le diffidenze. “Non ha entusiasmo”, dicevano. E invece è sempre in sede, in piazza San Carlo, ogni sera, si informa su tutto. Si avvale di uno staff di collaboratori molto efficiente. In campo è la Juve di Boniperti, un predestinato, in panchina è la squadra di Parola. Al termine della stagione ’61-62 gli impegni in azienda consigliano Umberto Agnelli a lasciare la presidenza al suo uomo di fiducia, l’ingegner Catella. Ma i fratelli Agnelli continuano a seguire passo dopo passo la Juventus, solo che le questioni aziendali diventano pressanti. Crescono le tensioni con i sindacati, che sfociano nel cosiddetto “autunno caldo” e anticipano gli “anni di piombo”. A gestire la Juve viene chiamato Boniperti. Siamo nel 1971. Il calcio italiano deve fare a meno degli stranieri e la Juventus si rifonda sui migliori giovani italiani. Nasce una nuova epoca di grandi vittorie. Che ancora una volta trovano un ulteriore sviluppo in azzurro: Zoff come Combi tanti anni prima e come Buffon poi. Campioni del Mondo e leader nel segno della Juventus. Con gli Agnelli in prima linea.

Nel ’90 Boniperti lascia la presidenza. Con l’avvocato Chiusano, uomo Fiat, al suo posto arriva anche Luca Cordero di Montezemolo che intende portare un rinnovamento manageriale e nuovi metodi sperimentati alla Ferrari. Il modello berlusconiano ha infatti cambiato i parametri del calcio italiano. Ma per Montezemolo sarà un flop.

Tornerà Boniperti, con Chiusano alla presidenza fino al 2003, accompagnando quindi l’ascesa - a partire dal ’94 - di Antonio Giraudo come amministratore scelto da Umberto Agnelli con il consenso di Gianni per cambiare definitivamente linea. Juve all’avanguardia ma autogestita, ovvero autofinanziata attraverso grandi investimenti ma anche grandi operazioni in uscita. Un lavoro non semplice, garantito dalla sapienza tecnica di Luciano Moggi e dall’opera di raccordo di Roberto Bettega. Ecco un’altra lunga stagione di trionfi, costellata però anche da battute a vuoto (in Champions una vittoria e tre finali perse) e da polemiche sempre più infuocate legate ai risultati del campo, alle accuse dei rivali esasperati dallo strapotere della Triade. Tanto potente – si disse – da far paura alla Famiglia stessa.

Il clima aspro si accentuerà fino a calciopoli e alla fatidica estate del 2006, alla retrocessione della Juventus con tanto di due scudetti revocati. Un verdetto che la proprietà del club bianconero accetta in quei momenti cruciali senza in apparenza reagire. Sono giorni delicati per la dinastia torinese. Gianni Agnelli è morto pochi anni prima, il 24 gennaio del 2003. Suo fratello Umberto lo ha seguito il 27 maggio del 2004. Altri drammi si aggiungono a una storia dinastica caratterizzata da imprese e tragedie. C’è un vuoto di potere, ci sono dispute interne. La Fiat subisce la crisi di settore, è in piena trasformazione. Il gruppo dei dirigenti anziani lavora dietro le quinte e sceglie il giovane John Elkann, che nel 2010 sarà nominato presidente di Fiat Group ma che già nel 1997 aveva ricevuto l’imprimatur dallo zio Gianni Agnelli quale erede designato “al trono”. E’ proprio lui, in realtà poco appassionato di calcio e di Juve, sprovvisto dell’empatia di Gianni e della competenza di Umberto, a dover gestire la fase delicata di ricostruzione juventina dopo lo scandalo. Mentre un manager spietato e ancor meno affine alle passioni calcistiche come Marchionne cura le trasformazioni in atto alla Fiat che diventa Fca.

La squadra torna subito in serie A ma fatica negli anni successivi, pur ritrovando la qualificazione in Champions con Ranieri allenatore.

È destino che per imboccare nuovamente la strada della gloria ci sia bisogno di un Agnelli al timone, 48 anni dopo. Come Edoardo nel primo quinquennio. Come Gianni e Umberto tra il dopoguerra e la fine del secolo. La storia più recente vuole che sia Andrea Agnelli, figlio di Umberto, a rilucidare la tradizione di famiglia e a firmare un’impresa oltre ogni limite guidando il club alla conquista di altri cinque scudetti consecutivi. Con tanto di terza stella - contando o meno i tricolori contesi – con la decima Coppa Italia e con tutti i record dei record. Riportando la Juventus alla guida del calcio italiano pure con il primato dello stadio di proprietà, ereditato dai progetti di Giraudo (il suo mentore dichiarato).

L’ultimo capitolo dell’avventura degli Agnelli con la Juventus, a quasi un secolo dall’inizio, sembra anche il più straordinario. Ma la storia non è finita e ha davanti una meta mai raggiunta, dai tempi del primo quinquennio. L’Europa. Sarà Andrea a rompere l’incantesimo o il popolo bianconero dovrà attendere un nuovo erede?


@lucaborioni