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Quello che si dovrebbe fare, quello che non si fa, quello che si fa. Il procuratore Giovanni Branchini, nella sua recente intervista al “Corriere dello Sport” ha tracciato almeno una linea prospettica del calcio italiano: programmazione, sguardo acuto sui giovani, pazienza e, in fondo, anche prendere atto che non possiamo coltivare sogni troppo fuori dalla nostra portata. Invece la sensazione è che ci comportiamo come quei nobili decaduti, illusi ancora da vecchi splendori, pieni di aspettative, col grande colpo dietro l’angolo. Ma i soldi sono pochi, lo spettacolo langue, la Lega di seria A non attira milioni di spettatori entusiasti (leggi: diritti). Al massimo, si sogna uno scudetto o uno tra i primi quattro posti. Fra chi sta più indietro ci si accontenta d’ “un gioco spumeggiante” alla Italiano, di confermare una certa vitalità (Sassuolo) o di non retrocedere.

La programmazione e gli investimenti sul futuro sembrano frenati dalla necessità di vincere qualcosa subito, gli scambi e i nuovi innesti si basano-come ha scritto Sconcerti-su una specie di economia della toppa: ritorni a casa di campioni invecchiati, parametri zero, rateizzazioni quinquennali, triangolazioni infinite.

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