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E all’improvviso tutti i “Messiani”, quelli che solo una settimana fa per godersi le imprese del fenomeno argentino hanno dovuto sminuire la grandezza di quello portoghese, sono spariti. Scesi in fretta dal carro, come chi sa di averla fatta e sparata grande. Non c’è cosa più sciocca nella vita di paragonare una bellezza ad un’altra, cercando di sminuire l’alternativa. Questa generazione ha avuto la fortuna di godersi il duello Messi - Cristiano Ronaldo e di questo, solo di questo, dovrebbe esser felice. Messi è un talento pazzesco, fenomenale, ma nelle partite decisive troppo spesso, soprattutto in trasferta, tende a sparire. Ronaldo, rispetto all’argentino, è sicuramente meno fantasioso ma ha una percentuale di incisività nettamente superiore, un carisma maggiore. Che facciamo quindi, ci mettiamo qui a fare le pagelle o stupidi commenti a caldo per sminuire uno a vantaggio dell’altro? Teniamoceli stretti, con pregi e difetti, perché un dualismo così grande, così bello, così unico sarà duro rivederlo in futuro. Sono due fenomeni, beato chi ce l'ha. Stop.
 
LA LEZIONE DI KLOPP - La fragorosa caduta di Messi e del Barcellona di Valverde certifica che nel calcio non è mai finita fino a quando l’arbitro non fischia la fine. Alzino la mano in quanti, dopo la vittoria per 3 reti a 0 dei blaugrana nella partita di andata e vedendo al ritorno il Liverpool orfano in partenza di Salah e Firmino, avrebbero scommesso un euro sulla rimonta. Eppure i ragazzi di Klopp, dopo aver eguagliato il risultato dell’andata, non sono indietreggiati di un millimetro; non hanno pensato per un solo secondo ad amministrare la gara per arrivare ai supplementari oppure ai rigori ma hanno continuato a fare quello in cui sono maestri, attaccare fino alla fine (fischiano le orecchie a qualcuno?). “Se non riusciamo a fare l’impresa” aveva detto alla vigilia “usciremo nel modo più bello” il tecnico dei Reds. Queste sono le parole e lo spirito che anche i tifosi della Juventus vorrebbero sentire dal prossimo allenatore, a prescindere da chi sarà. Non le solite scuse o giustificazioni quando si perde in Europa. Il calcio in fondo è davvero una cosa semplice, per vincere bisogna crederci fino in fondo, imponendo il proprio gioco e cercando sempre di fare un gol in più dell’avversario. Più si cerca la vittoria a tutti i costi e più si hanno possibilità di alzare trofei.

Nel giorno in cui la mentalità di Klopp distrugge il pensiero di coloro che pensano che sono solo i campioni a poter vincere e non la coralità di gioco riporto in chiusura uno stralcio delle parole rilasciate da Antonio Conte a Walter Veltroni nell’intervista sulla Gazzetta dello Sport di ieri. “Oggi se qualcuno mi chiama sa che io devo incidere, con la mia idea di calcio e con il mio metodo. Non sono un gestore, non credo che l’obiettivo di un allenatore sia fare meno danni possibile. Se pensano questo, le società non mi chiamino. Trovo umiliante per la categoria sentire una cosa del genere. Io voglio incidere, perché sono molto severo con me stesso. Poi ho un problema: la vittoria. Che sento come l’obiettivo del mio lavoro. Il percorso per arrivarci è fatto di lavoro, di sacrificio, di unità d’intenti, di pensare con il noi e non con l’io. Non ne conosco altri”. È innegabile che alla Juventus, dopo 5 anni di “gestione” in panchina, adesso serva una scossa. Serva un motivatore; serve uno che impone il proprio gioco, serve uno che incide. Serve uno che sfrutti il talento pazzesco di CR7 fino in fondo. Serve uno come Jurgen Klopp…o Antonio Conte!
@stefanodiscreti