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Alvaro Morata 2015-2016 come Alessandro Del Piero negli Anni ‘90: sempre a segno, per cinque gare di fila in Champions League. Non è un segnale di poco conto, anche se lo spagnolo i suoi gol li ha segnati a cavallo della scorsa stagione e di questa appena iniziata in mezzo alle disavventure che sappiamo: l’anno scorso due prodezze decisive in semifinale contro il Real Madrid prima in casa e poi fuori, e un’altra - solo illusoria - nella finale contro il Barcellona; quest’anno altri due centri nelle prime due uscite europee contro Manchester City e Siviglia, superando qualche acciacco. Del Piero invece produsse la raffica due volte: la prima nella stagione del trionfo di Roma (‘95-96) contro Borussia Dortmund, Steaua, Rangers e di nuovo Borussia. La seconda a cavallo di due edizioni - come Morata - tra il ‘96-97 e il ‘97-98, contro il solito Borussia nella sfortunata finale del ‘97, e poi contro Feyenoord, Manchester United e - tra andata e ritorno - Kosice.

Record eguagliato con un messaggio chiaro: così come Del Piero in quella squadra, Morata sta diventando sempre più importante per questa Juventus. Una crescita costante e inarrestabile, marchiata da gol che lasciano il segno per quanto pesano e per come il ragazzo di Madrid li sa realizzare, con quel mix di potenza atletica e di genialità tecnica che ne fanno un leader, oltre ogni aspettativa (a cominciare da quelle del Real che a fine stagione busserà alla porta del club bianconero). Gol così: un pallone a centro area recapitato da un superlativo Barzagli, il suo guizzo di testa che lascia sul posto il portiere Rico.  

Durante la partita Juventus aveva brillantemente controllato il gioco ma, soprattutto nel primo tempo fino al gol, non lo aveva dominato. Le ripartenze mai travolgenti, filtrate da appoggi arretrati o diagonali, fino al giro palla che al limite dell’area non riusciva mai a liberare uno spazio in verticale. L’innesto di ogni meccanismo offensivo è come sempre affidato alla creatività dribblomane di Cuadrado, che pure Allegri tiene a freno sulla linea dei centrocampisti. Hernanes ancora in posizione centrale, per buona parte del primo tempo risulta sistematicamente ignorato dai compagni, sorvolato dalle traiettorie e, nonostante una miglior predisposizione rispetto alle prove precedenti (con un finale in crescendo), quando pure ha il merito di riconquistare un pallone e trova un varco davanti a se’, non accelera come ci si aspetterebbe, ma manovra sempre sotto ritmo. Del resto, non è un’esclusiva del brasiliano. E’ tutta la squadra a non dare mai l’impressione di voler aggredire la partita, così come sarebbe lecito attendersi da un gruppo ferito in campionato da troppi e repentini passi falsi. D’altro canto, il Siviglia concede campo e si adegua al ritmo, appare fin dai primi minuti una rivale meno pungente delle avversarie incontrate fin qui sl campo dello Stadium dai bianconeri. In fondo è quello che ci voleva per riprendere il filo del discorso dopo Napoli. 
Allegri ha ritrovato (o trovato) un punto di riferimento essenziale in mediana come Khedira. Il tedesco ha giocato con grande acume e presenza, tattica e caratteriale, sostendendo Hernanes e permettendo a Pogba di coprire la zona di sinistra nel 4-4-2 adattato alla situazione, ancora di salvezza alla luce degli infortuni e delle troppe insicurezze. Però le strade che portano alla definitiva guarigione restano contorte, come l’ingresso a metà gara di Alex Sandro al posto del provato Khedira: un esterno sinistro in mezzo al campo.   

Risultato però vitale, messo al sicuro da un entusiasmante scossone di Zaza (al posto proprio di Morata) a fine gara, una fuga da metà campo e da chi lo sottovalutava. Forse il gol della definitiva ripartenza juventina.   

Luca Borioni