“De minimis non curat praetor”: il pretore, cioè il giudice, non si cura delle minime cose e, soprattutto, non sostituirsi al praetor. Usiamo un antico detto latino per riferirci all’incresciosa scena che, dopo Milan-Lazio, ha visto protagonisti i rossoneri Kessie e Bakayoko. Aver mostrato la maglia di un avversario, a fine partita, come uno scalpo da esibire alla propria curva è stata, non uno sfottò (parola abusata), ma una squallida irrisione, perché così imparava. La colpa di Acerbi, il giocatore irriso, era aver dichiarato, in un intervista, di ritenere la propria squadra superiore ai prossimi avversari. 

Il fatto è ancor più grave, non solo perché lede le leggi non scritte della morale, ma perché si configura come un abuso meschino della fiducia altrui: come se una persona tendesse la mano e quando l’altro la porge, per tutta risposta si beccasse uno sputo in faccia. Altro che sfottò: un gesto da miserabili. E forse basterebbe che i due giocatori del Milan si portassero addosso, per un bel po’di tempo, in giro per i campi di calcio le stimmate della loro nefandezza, senza la salvifica formula di aver pagato il loro debito, scontando una pena (ammenda o squalifica).

Gattuso, come quasi sempre gli succede, è, del Milan, la persona che ha fatto la migliore figura. Non solo non si lamenta mai dopo un sconfitta, non solo evita di tirare in ballo gli arbitri, ma è il primo a riconoscere le proprie responsabilità. Ha detto che bisognava “immediatamente chiedere scusa, senza se e senza ma”, dignitoso e determinato nel denunciare il fatto. Le scuse sono poi arrivate, con ritardo, dopo un comunicato cerchiobottista della società rossonera.

Ma veniamo al praetor. Chi non ha resistito a non intervenire, senza che gli fosse richiesto, è il Sottosegretario della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Giorgetti, il quale ha invocato punizioni esemplari per i due giocatori. Giorgetti è un uomo riflessivo, uno dei più attenti e prudenti, dell’attuale compagine governativa. Non ci tiene affatto a mettersi in mostra. E’ attento ai numeri, valuta le conseguenze, stabilisce i contesti. Inoltre, somma virtù, detesta i selfie. Allora chi glielo fa fare di curarsi di un fatto che non lo riguarda direttamente (la riforma del Coni? Le Olimpiadi invernali prossime venture? La diffusione di strutture e istruttori sportivi sul territorio? Ecc.) e di sostituirsi al giudice naturale, interferendo, dall’ alto della sua neutrale posizione istituzionale, in un giudizio che non gli compete?

Il vizio dei politici d’intervenire sempre e comunque, si dirà. Il vecchio vizio delle interrogazioni parlamentari per un fuorigioco non fischiato o fischiato. Una sottile, irrefrenabile volontà di potenza che li induce a occuparsi  di tutto. O a far finta di farlo.