Alberto Sordi nella mitica scena di Un Americano a Roma, davanti ad una tavola imbandita diceva: "Gli americani sono forti, ammazza l'americani ahó! Non poi mica combatte contro l'americani". Una scena che ha condizionato l'immaginario collettivo di intere generazioni di italiani, con il suo messaggio profondo nascosto nella grande interpretazione di Sordi, che alla fine però nonostante gli sforzi rinuncia ben volentieri al suo comico tentativo e riabbraccia con passione la sua irrinunciabile italianità, fatta di spaghetti e fiasco di vino. Una scena che per molti aspetti sembra racchiudere quello che sta succedendo negli ultimi tempi a Roma con la Roma, dove sabato pomeriggio è andata in scena una protesta piuttosto clamorosa da parte dei tifosi romanisti. Da ora in avanti Pallotta non potrà più far finta di niente, anche perché non si vede a Roma da più di un anno, e se avrà avuto i suoi buoni motivi per non venire, beh forse adesso ne avrà qualcuno per decidersi a fare una capatina nella Capitale. La contestazione che è andata in scena sotto la sede della dirigenza a Piazza Marconi, infatti non è stata una cosa da poco, soprattutto perché il numero dei partecipanti (oltre 2000) era veramente notevole e i messaggi urlati a squarciagola sono stati di una chiarezza inequivocabile, dal “noi non siamo americani” fino al “noi lo stadio non lo vogliamo”, passando per “L’AS Roma è la nostra leggenda. Solo gli indegni la chiamano azienda” e inni a favore di Daniele De Rossi.

La causa scatenante di questa contestazione è da ricercarsi nel modo con cui sta avvenendo l'addio di De Rossi, l'altra grande icona giallorossa degli ultimi due decenni, che la dirigenza americana ha deciso di ammainare senza troppi convenevoli. Un modo che però risulta insopportabile alla parte più popolare, passionale e autentica della tifoseria giallorossa, quella che tra il latte, la mostarda e un piatto di spaghetti con un bicchiere di vino, esattamente come Sordi non ha avuto alcun dubbio sulla scelta da fare, e che infatti ha reagito scendendo in strada e rivendicando ad alta voce la propria identità, un'identità fatta di colori, passione, appartenenza e soprattutto bandiere, quelle bandiere che per una certa idea di sport americano non hanno mai avuto troppo senso. Non è un caso quindi, che ancora una volta al centro di tutto ci sia un romano di Roma, che ha giocato come Totti, tutta la sua carriera in giallorosso, e che in più di un'occasione esattamente come Totti, ha rinunciato a trasferimenti vantaggiosi sia dal punto di vista economico che sportivo, visto che gli avrebbero consentito di giocare in club più ricchi e vincenti. 

E a proposito di Totti, c'è da dire che proprio il clima che si sta respirando in questi giorni intorno all'addio del suo fraterno amico De Rossi, lo ha posto al centro di alcune voci alquanto clamorose, secondo le quali, il Capitano sta meditando con molta attenzione su quello che potrà essere il suo futuro all'interno di questa società, tanto che secondo qualcuno potrebbe anche optare per un clamoroso addio. Va detto infatti che in questi due anni, la sua figura non è mai sembrata essere al centro delle dinamiche decisionali, e in molti – forse non a torto – pensano che il suo ruolo in queste due stagioni, sia stato soprattutto e quasi esclusivamente quello di uomo immagine. Da questo punto di vista la vicenda De Rossi per lui è stata un vero e proprio pugno nello stomaco, perché si tratta di una decisione che è stata presa al di sopra della sua testa, evidentemente perché in società sapevano benissimo che Francesco era a favore del prolungamento del contratto di Daniele.

Si respira quindi sempre di più un'atmosfera di vera e propria rottura all'interno del mondo giallorosso, un mondo in cui ci sono due anime distinte e contrapposte tra di loro, e questa rottura si percepisce anche all'interno della stessa tifoseria romanista, perché se è vero che da una parte ci sono quelli (alla Sordi) che scendono in piazza manifestando e urlando contro Pallotta e Baldini, dall'altro poi ci sono anche quelli che di fronte a tutto ciò storcono il naso, perché a loro modo di vedere la visione americana della società è l'unica percorribile nel calcio di oggi. Una visione fatta di piazzamenti di prestigio, bilanci in ordine, e partecipazioni alla Champions League, e pazienza se poi si è costretti ad ammainare le bandiere di una vita, se poi c'è la possibilità di costruire il nuovo stadio, guarda caso proprio quello stadio che i tifosi di sabato urlavano ad alta voce di non volere. Si tratta quindi di una vera e propria spaccatura quasi di tipo sociologico, una spaccatura che in pochi hanno avuto la pazienza di prendere in considerazione, ma che per molti aspetti da una fotografia perfetta di quello che è il momento storico del calcio italiano, in bilico ormai da troppo tempo di fronte ad una decisione cruciale, e cioè se darsi definitivamente un assetto industriale come è già avvenuto da tantissimi anni in tutti i maggiori campionati europei oppure rimanere eternamente preda di una nostalgia per un calcio che è stato, ma che quasi certamente non tornerà mai più.