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Il fuoco amico del VAR, almeno per un turno di campionato, non ha colpito. Nato per aiutare, coadiuvare, migliorare, il VAR, quest’anno è sembrato (a troppi, secondo chi scrive) sbagliare bersaglio. Invece che migliorare gli arbitraggi parrebbe averli peggiorati.

Secondo Massimo Mauro non poteva andar che così: “Quando si pretende troppo si ha un effetto contrario: il VAR avrebbe dovuto certificare le partite, spazzare via ogni polemica. Ma chi pensava questo s’illudeva. Ridevo prima, rido ora. Niente può frenare la polemica se non un atteggiamento che esclude la cattiva fede. Figuriamoci l’utilizzo d’una tecnologia che è stato vieppiù complicato. Dovrebbe essere come la Tecnologia di porta, limitarsi ai fuorigioco, a falli gravi dal punto di vista disciplinare, invece diventa un’ulteriore moltiplicazione dell’ interpretazione.” Per l’ex arbitro Luca Marelli: “Il VAR, adesso, getta l’arbitro in una crisi d’identità, anche per la continua sperimentazione che varia ogni anno. All’ inizio c’è stata una totale genuflessione al nuovo strumento tecnologico, con arbitri che andavano a rivedere azioni iniziate più d’un minuto prima, con 5 o 6 chiamate a partita. Poi l’inversione, col ridimensionamento del VAR.”

Mancini, lapidario, ha sentenziato: “Il VAR è utile, però le polemiche in Italia non finiranno mai.”


Probabilmente, hanno ragione tutti e tre, ma una delle ragioni della diatriba senza fine che ha investito il VAR, travalica il calcio. E’ un tratto distintivo della nostra temperie culturale. Risiede non solo nelle eccessive aspettative riposte in questo strumento, bensì in qualcosa di più importante: l’anelito verso la giustizia assoluta e verso la tecnologia, considerata panacea d’ogni umana incertezza. D’altra parte, è proprio l’intero rapporto tra uomo e tecnologia a rivelarsi sempre più ambivalente: da un lato si chiede a quest’ultima di migliorare i nostri limiti, dall’altro si teme che la nostra vita si disumanizzi troppo. Vorremmo essere perfetti e imperfetti allo stesso tempo. Guardate il dibattito sull’intelligenza artificiale, ormai in grado di poter apprendere autonomamente senza l’intervento umano, capace di elaborare dati molto più velocemente del cervello umano e di garantire margini di errori enormemente più bassi. L’intelligenza artificiale sarà in grado di garantire prestazioni oggi inimmaginabili, idonea a migliorare ancor più (vedi la scienza, la salute, la comunicazione, l’elaborazione e la condivisione dei dati…) le nostre vite, ma fino a che punto la tecnica resterà alle nostre dipendenze? Ci sono aziende che hanno sostituito gli uffici del personale per “evitare favoritismi”, perché l’algoritmo è molto “più giusto e imparziale della persona”, interventi chirurgici in cui il medico assiste il computer, piloti digitali più “sicuri” dei piloti umani…

Il VAR rientra in quest’ambivalenza: si vorrebbe disciplinare il calcio sempre più precisamente, stabilire “scientificamente” che debba vincere il migliore (o meglio: quello che per noi è il migliore) trasformare l’arbitro in un agente elettronico, ma lasciare anche libero spazio all’avventura del gioco. 

L’idea che un grande cervello artificiale stabilisca rigorosamente meriti e demeriti, colpa e innocenza, giudicando gli uomini senza intervento degli uomini rappresenta la fede, antiumanistica, nel mondo perfetto. Il VAR è ancora imperfetto perché, alla fine (per ora), chi giudica è sempre un uomo: in maglietta nera oppure gialla. Ma dopo?