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"La quantificazione dei decessi per coronavirus, condotta utilizzando il numero di pazienti deceduti positivi fornito su base giornaliera dal dipartimento della Protezione civile, è considerata poco attendibile, in quanto influenzata non solo dalla modalità di classificazione della causa di morte, ma anche dall'esecuzione di un test di positività al virus". E' questo l'atto di accusa rivolto dall'INPS alla Protezione Civile, che giornalmente fornisce il suo bollettino sul numero dei contagi, dei morti e dei guariti. Secondo il principale ente di previdenza sociale italiano, all'appello mancherebbero qualcosa come 20.000 persone decedute.
I NUMERI NON TORNANO - A non tornare sono i conti relativi ai mesi di gennaio-febbraio, che registrano oltre 10.000 decessi in meno rispetto ai circa 124.000 attesi per quel periodo dell'anno, e quelli di marzo-aprile - con un incremento di 47.000 rispetto ai 109.500 previsti. In quello stesso periodo, vengono annunciati quasi 28.000 morti per Covid-19, numeri che spingono l'Inps a domandarsi: "Quali sono i motivi di un ulteriore aumento di decessi pari a 18.971, di cui 18.412 tutti al Nord? Tenuto conto che il numero di morti è piuttosto stabile nel tempo, con le dovute cautele, possiamo attribuire una gran parte dei maggiori decessi avvenuti negli ultimi due mesi, rispetto a quelli riferiti allo stesso periodo, all'epidemia in atto. L'andamento dei decessi, nel periodo considerato, è stato condizionato sia dall'epidemia che dalle conseguenze del lockdown sia in negativo, ad esempio per le persone morte per altre malattie perché non sono riuscite a trovare un letto d'ospedale o perché non vi si sono recate per paura del contagio; sia in positivo, pensando alla riduzione delle vittime della strada o degli infortuni sul lavoro per lo smartworking e il blocco dell'Italia".