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Naturalmente non so chi vincerà il derby di Milano - ammesso e non concesso che ci sia un vincitore -, ma molte sensazioni mi spingono a pensare che il Milan farà una buona partita.

Per esempio sono convinto che Vincenzo Montella non schiererà il 3-5-1-1, ma una sorta di 3-4-3 mascherato dai freddi numeri del sistema di gioco. Suso non è una seconda punta e l’allenatore del Milan lo sa bene. A Genova provò a metterlo dietro all’attaccante centrale e ne uscì, oltre che una sconfitta, una prestazione desolante della squadra e dell’interessato. Per rendere al massimo, lo spagnolo deve lavorare in fascia ed esaltarsi nell’uno contro uno. Per questo punterà sistematicamente Nagatomo nell’intento di creare una superiorità numerica rilevante in una zona del campo assai prossima all’area avversaria. Da lì possono seguire sia i cross che le palle filtranti a beneficio di Andrè Silva.

Se la mia considerazione è corretta, dalla parte opposta, cioé a sinistra, sarà Bonaverntura ad alzarsi. In questo caso a preoccuparsene dovranno essere prima Candreva e poi Vecino. Solo in ultima analisi toccherà a D’Ambrosio che, come tutta la linea, dovrà stare alto per determinare un’Inter corta e compatta. Suso e Bonaventura sono uomini capaci di giocare tra le linee, non lasciare loro lo spazio del movimento sarà fondamentale.

Sulla mediana Montella potrebbe ritrovarsi comunque in superiorità numerica. In quella zona, tra i milanisti, agiranno stabilmente Borini (discreto già con la Roma), Kessie, Biglia e Rodriguez. L’Inter, invece, in mezzo ha due soli elementi (Borja Valero e Vecino) che dovranno essere supportati dagli esterni. Poco importa sapere ora chi scalerà - in avanti o indietro - tra Nagatomo e Perisic, a sinistra, e tra D’Ambrosio e Candreva, a destra. L’importante è che le due catene di gioco funzionino, mantenendo alternanza e fluidità.

Un tema fondamentale è relativo alle distanze tra i reparti e al baricentro di squadra. Una squadra lunga, in partite di grande equilibrio tattico, è perdente. Il MIlan, forse nel tentativo di recuperare il gol subito, contro la Roma si è allungato tanto da subirne un secondo. In questo senso meglio l’Inter, come testimoniano i tre gol al passivo, che testimoniano della migliore fase difensiva dell’intera serie A. Parlo di fase perché sarebbe riduttivo annettere al reparto difensivo il merito completo del risultato parziale. Evidentemente Spalletti lavora su princìpi di gioco che valgono per tutti.

L’esito di una squadra corta è una squadra che si muove in modo coordinato seguendo il pressing. E i tempi del pressing non si possono sbagliare, meno che mai in partite contro avversarie dirette (e il derby, nonostante i sette punti che dividono l’Inter dal Milan, è uno specialissimo confronto in cui le diversità si azzerano). Al pressing non si comanda. O lo si detiene per abitudine e attitudine, altrimenti si rischia di creare voragini, anziché saturare gli spazi. Più un pressing è alto, più esiste la possibilità - una volta recuperata palla - di agire in contropiede corto, cioé di essere il più vicino possibile alla porta avversaria. Tuttavia il pressing è anche e soprattutto un modo di chiudere le linee di gioco al portatore di palla avversario e di “schermare” la giocata. 

Un aspetto concatenato al pressing e alle sue modalità, è la condizione fisica. Dopo la pausa per le nazionali, in genere non la si può considerare sempre brillante perché inficiata, oltre che dalle partite, anche da viaggi e fusi orari. In quest’ottica forse sta meglio il Milan, ma Spalletti non ha mai corso dietro ad alibi.

Il favorito? L’Inter è già squadra, per quanto non incantevole. Il MIlan, invece, cerca ancora identità. Trovarla d’un tratto sarebbe miracoloso, ma qualche passo avanti, più che lecito è obbligatorio.