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Brunelleschi era un fiorentino vero, litigioso, arrogante, innamorato del proprio lavoro. Aveva vinto a pari merito con il Ghiberti la costruzione in oro di una porta del Battistero, rifiutò perché Ghiberti gli era antipatico. Litigò con Donatello perché fece un Gesù troppo ragazzo e contadino in una delle sue sculture. Litigava soprattutto ogni giorno con quella ventina di fiorentini che lo aspettavano a fine lavoro fuori dal cantiere per chiedergli cosa avesse fatto oggi. Arroganti ed esigenti anche loro. In più di loro Brunelleschi aveva però il genio, qualcosa di mai visto e inaccostabile.

Vedeva un tempo che non esisteva ancora. Il fatto che non lo vedessero gli altri gli inacidiva la vita ma lo rese non solo uno straordinario architetto ma anche soprattutto l’iniziatore di un’epoca. La sua cupola era sostanzialmente fatta in modo che si reggesse da sola. Non è ancora oggi chiaro come sia stato pensabile. Fu ricostruita in scala, ma non si è riusciti a usare gli stessi mezzi di Brunelleschi. Non potrei dirvi tutti i particolari tecnici, non ne conosco il linguaggio. Posso dirvi però che il modo di pensare la bellezza di Brunelleschi rovesciò il mondo.
Nacque con lui materialmente l’umanesimo, cioè il ritorno alla ricerca dell’uomo dopo mille anni di domande soltanto metafisiche in cui dominava la volontà di Dio
e la curiosità dei mistici sulle sue doti. La bellezza vera, viva, quasi carnale della Cupola, pensata da un uomo comunque religioso, fu una sintesi che travolse il modo di guardare il mondo. Finì l’ideale ascetico della repressione dell’anima e del corpo. Si cominciò ad aver voglia di vivere, documentarsi, studiare e discutere anche Dio. Cominciò una lunga modernità di cui noi siamo solo l’ultimo eccesso. Per questo il compleanno della Cupola del Duomo di Firenze è il compleanno di tutti. Congratulazioni: abbiamo seicento anni e li portiamo benissimo.