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Non è una notizia, per il momento, ma neppure una fake news. Soltanto una supposizione, sostenuta nero su bianco, da un’analisi eseguita dalla fondazione Gimbi di Bologna, la quale se trovasse riscontro ufficiale potrebbe scatenare un legittimo putiferio a livello sanitario, sociale e anche politico. Gli esperti che stanno verificando l’andamento della linea di contagio del coronavirus dopo l’avvio della Fase 2 scrivono e dicono (su Radio 24, per esempio) che la Lombardia avrebbe “aggiustato” i dati relativi alla pandemia in atto pur di arrivare in tempo alla ”riapertura” prevista tra regioni.

Gli analisti dell’istituto emiliano affermano che i numeri reali in rapporto tra tamponi eseguiti e persone trovate positive impediscono alla regione lombarda di essere presa in considerazione per l’eventuale nulla osta agli abitanti valido per muoversi dal proprio territorio. La medesima cosa avverrebbe, stando a quanto viene riferito dagli esperti, per il Piemonte e per la Liguria anche loro “fotografate” come zone rosse dalle quali sarebbe rischioso entrare o uscire. Dal Pirellone si sono affrettati a smentire l’analisi fatta e soprattutto è stato manifestato sdegno per l’accusa di aver volutamente ”taroccato” le tabelle informative sul corso dell’attività virologica in atto.

Una reazione scontata quella della regione amministrata dal governatore Fontana che convince fino ad un certo punto e la quale, di fatto, non fa che accrescere una certa legittima inquietudine. In effetti, negli ultimi giorni, l’atteggiamento del “focus” lombardo si è rivelato perlomeno “strano” sotto il profilo della comunicazione laddove una cortina fumogena oscurava quella che era la reale situazione rispetto al numero dei malati e dei decessi. In buona sostanza venivano forniti dati i quali, dopo poche ore, trovavano una modifica senza plausibili motivazioni. Una linea di condotta perlomeno curiosa, se si vuole essere buoni, addirittura scellerata se si preferisce essere realisti.
Fermo restando che nessuno ha il diritto di accusare qualcun altro di essere un potenziale untore, resta il fatto che la Lombardia così come il Piemonte e in parte la Liguria rappresentano allo stato attuale i territori dove in Covid19 non sembra aver mollato la presa e quindi zone ad alto rischio se frequentate in libertà reciproca. E’ chiaro che lombardi, piemontesi e liguri non hanno alcuna responsabilità in merito essendo loro le prime vittime di questa drammatica situazione. Ma è altrettanto vero che sarebbe folle se mai dovesse ripetersi ciò che accadde tre mesi fa quando, alla vigilia del lockdown, intere famiglie fuggirono da Milano per andarsi a rifugiare nelle loro seconde case della Versilia dove dopo pochi giorni esplose l’epidemia. Nessuna guerra tra Regioni, dunque, ma responsabilità collettiva di chi le amministra.

Anche il mondo del calcio, infine, potrebbe subire un nuovo stop ancor prima di ripartire. Tre regioni chiuse vorrebbero significare un campionato senza Inter, Milan, Atalanta, Brescia, Juventus. Torino, Sampdoria e Genoa. Ammesso e non concesso che almeno i dati sanitari resi noti dalle rispettive società sui loro dipendenti, calciatori e non, siano reali. Per denaro e per interesse si può fare “quasi tutto”, ma guai a oltrepassare una linea di confine per intraprendere una via senza ritorno.