2
A riposo forzato per mancanza di partite, i nostri giornalisti inviati di Centesimo minuto in queste settimane mettono a disposizione la loro esperienza e i loro vissuti con una serie di articoli legati a situazioni di cui sono stati 'Testimoni oculari'. 

La sveglia squillò alle tre del mattino. Era stata una notte tormentata, il timore di non sentire il “driiinn” della suoneria del mio cellulare mi aveva tenuto sveglio ad intermittenza almeno una decina di volte. Saltai fuori dal letto nella mia cameretta. Il resort era immerso nel più assoluto silenzio. Nessuna luce filtrava dalle finestre dei bungalows circondati dalla lussureggiante natura dell’isola di Ceylon. Anzi dello Sri Lanka, così era stata ribattezzata la grande isola selvaggia a sud est della penisola indiana. Uno scrigno naturale devastato nella primissima notte del 26 dicembre 2004 dal furioso tsunami che aveva provocato almeno 230mila vittime e alcuni milioni di sfollati in una vasta area dell’Asia Sud-Orientale affacciata sull’Oceano Indiano: Thailandia, Indonesia e appunto Sri Lanka le nazioni più colpite assieme a Malesia, India, Bangladesh e alcuni Stati dell’Africa orientale. 

Ero volato da Malpensa a Colombo, capitale dello Sri Lanka, a bordo di un aereo assieme ad altri colleghi giornalisti, fotografi e videomaker. Un breve atterraggio alle Maldive, semi-sommerse dalle acque dell’Oceano, per caricare a bordo alcuni colleghi che avrebbero fatto rientro in Italia, ed eccoci nella terra devastata dal maremoto che aveva sfogato la propria furia sulle basse rive abitate da decine di milioni di persone. Avevo visto con i miei occhi le immagini mostrate nei giorni precedenti dalle tv di tutto il mondo: il lungo treno sorpreso e travolto dalle onde nella foresta accanto ad una spiaggia dell’isola. Le carrozze sbalzate dai binari e stritolate contro i grandi alberi, le vittime sparse tutt’attorno. Ne avevo scoperta una anch’io, una giovane donna avvolta nel sari colorato, i lunghi capelli neri intrisi di fango. A quasi una settimana dallo tsunami nessuno si era accorto di lei che giaceva in mezzo alla vegetazione. Mi precipitai sulla strada e andai incontro ad un militare che camminava in direzione opposta alla mia. In inglese gli spiegai la mia macabra scoperta e lo pregai di provvedere a recuperare quel povero corpo. L’uomo in divisa mi gettò un’occhiata di disprezzo: “No english”, mi rispose, scansandomi con una mano e proseguendo per la sua strada. Avrei imparato a conoscere i paradossi di quel Paese lontano, un misto di mitezza e rassegnazione, dolcezza e indifferenza che non ho mai dimenticato.

Quella precocissima sveglia prima dell’alba era stata necessaria per organizzare una trasferta a Trincomalee, una città del nord est del Paese, dove lo tsunami (che proveniva da levante) aveva picchiato particolarmente duro. L’ambasciata italiana a Colombo aveva organizzato un pullmino che avrebbe trasportato una decina di giornalisti italiani nella zona di Trincomalee, una parte del Paese afflitta da vent’anni dalla guerra civile scatenata dalle Tigri Tamil, punta combattente di una popolazione che aveva la propria roccaforte appunto in quella zona dell’isola. Il viaggio si presentava insomma non privo di rischi.
Il taxi che avevo prenotato la sera avanti mi attendeva, puntuale come sempre, all’ingresso del resort. Salutai con un’occhiata divertita l’iguana che si aggirava, inoffensiva, tra le capanne consumata una rapida colazione, salii in auto. Ci volle oltre un’ora per raggiungere gli uffici dell’ambasciata nella capitale. Il traffico infernale di Colombo, scampata al disastro trovandosi sulla costa occidentale dell’isola, aveva rallentato la corsa del taxi. L’aria puzzava di gas di scarico e non c’era in giro la sensazione del disastro accaduto.

I preparativi per la partenza da Colombo presero quattro o cinque ore, il capo della Protezione Civile italiana che operava in Sri Lanka, era Agostino Miozzo. Lo avete certamente visto in tv in questi giorni rendere conto dei morti di Coronavirus. Medico chirurgo, Miozzo è tipo spiccio, capace, con un curriculum lungo come il braccio di un uomo. Ci si intendeva bene. Come Dio volle la spedizione si mise in marcia alle due del pomeriggio. Ci attendeva un viaggio di una decina di ore, il pullmino doveva tagliare l’isola da nord a sud e da ovest a est percorrendo strade asfaltate sì, ma strette e male in arnese che correvano immerse in foreste, palme, alberi del thè,  campi di cannella e di altre spezie esotiche.  La notte ci inghiottì mentre filavamo (si fa per dire) nel cuore dell’isola. Non capitava di incrociare che pochi veicoli scalcagnati e anche il nostro mezzo non brillava per efficienza. A bordo finimmo per cedere al sonno ed eravamo nelle braccia di Morfeo quando l’autista inchiodò i freni all’improvviso: all’interno di una curva, proprio al centro della carreggiata, i fari del van avevano illuminato la sagoma distesa a terra di una mucca bianca che ruminava tranquilla. L’animale non diede segno di averci notato e l’autista fu costretti ad una manovra difficile per scansarla e proseguire la corsa. Giungemmo a destinazione attorno alla mezzanotte. Stremati e affamati, nonostante la breve sosta durante il tragitto per ingoiare un panino e una coca cola. Il nostro hotel, scoprimmo, era una grande caserma all’interno della base della Marina militare di Trincomalee
Un ufficiale ci accolse cortese e ci scortò nella camerata riservata a noi giornalisti. Era un camerone con i letti allineati e una veranda esterna all’apparenza piacevole. Ci accorgemmo subito che era infestata di insetti, ci camminavano addosso. Ci eravamo stesi a terra per scrivere - appoggiato il computer portatile alle ginocchia – e quella compagnia non era un gradevole benvenuto. Arrivò la cena, anzi il rancio. Consumammo il cibo destinato ai marinai: riso, pollo e piselli, in una scodella non troppo grande.  Poi andammo a dormire.
La mattina dopo ci presentammo al comandante della base. Io restai all’esterno del suo ufficio ad osservare il movimento dei marinai all’interno del perimetro della base. Sembravano allegri, rilassati, entravano ed uscivano dalla porta carraia senza trasportare colli o altro. “Ma cosa diavolo fanno? Non stanno aiutando la popolazione devastata dallo tsunami?”, la mia domanda silenziosa trovò risposta qualche ora dopo.

Una barca ci trasportò via mare ad una isoletta vicina alla costa. Sbarcammo in mezzo al disastro. Le capanne di un villaggio erano state letteralmente spazzate via dalla furia delle onde. Gli abitanti stavano in piedi davanti a quelle che erano state le loro dimore. Inebetiti. Incapaci di muovere un dito, paralizzati dal dolore e della disperazione non riuscivano neppure a ripulire dal fango i pochi oggetti scampati alla furia del mare. Conoscevo quell’atteggiamento inerte, rassegnato. Lo avevo colto durante le mie precedenti scorribande nell’interno dell’isola, sulle spiagge cancellate dallo tsunami. La gente dello Sri Lanka non aveva la forza di risollevarsi e attendeva inerte soccorsi che proprio lì, a Trincomalee, non sarebbero mai arrivati dalle autorità locali. Le migliaia di marinai della base vicina non mossero un dito per soccorrerli. Restarono acquartierati in caserma, proseguendo le attività normali. Come se nulla fosse accaduto. Mi sembrò irreale. Poi compresi. Trincomalee e dintorni era terra dei temuti (e odiati) Tamil. Non velava la pena andare a togliere le castagne dal fuoco a gente che appoggiava quei “terroristi”.

Prima di noi giornalisti su quell’isoletta era sbarcata una équipe medica spagnola. Che mi confermò quanto avevo intuito. Nessun soccorso organizzato dal governo era giunto a dare sollievo a quei poveretti. Del resto neppure altrove avevo notato la tipica attività che segue una catastrofe naturale. Giusto qualche camion-autobotte militare che distribuiva acqua.  Ospedali da campo. Infermerie. Mense. Neanche l’ombra.

Un paio di giorni dopo organizzammo il rientro a Colombo. Ci dissero che avremmo dovuto organizzarci da soli. Riuscii a contattare un tizio che diceva di dover andare nella capitale. Guidava un’auto alquanto scassata ma non era il caso di fare gli schizzinosi. Rispettando le istruzioni dell’ambasciata diedi avviso dei miei spostamenti. Telefonai anche a mia moglie, dandole il numero di targa dell’auto. Il mio nuovo autista per me era un completo sconosciuto e trovarmi da solo con lui in quel lungo viaggio nelle foreste poteva tradursi in una trappola. Invece andò tutto bene. Era un brav’uomo. Gli offrii strada facendo un lauto pranzo (lauto per gli standard dello Sri Lanka, s’intende) e lui si fermò per mostrarmi un elefante selvatico che pascolava nel verde. Placido e disinteressato all’uomo. Alla fine sbarcai incolume a Colombo. E da lì al mio resort nel verde.  La piscina mi aspettava e quel bagno fu una sorta di catarsi. Avevo visto troppe cose brutte e non volevo neppure parlarne. Scriverne sì, dovevo. Il Secolo XIX aspettava la mia corrispondenza.