Certe volte si fanno due passi indietro solo per prendere meglio la rincorsa. Pippo Inzaghi - uscito malconcio dal battesimo sulla panchina del Milan - dopo un anno sabbatico, nell’estate del 2016 decise di accettare la Lega Pro, il Venezia, per la prima vera ripartenza della sua carriera da allenatore. Si è rimesso in discussione, ha puntato su di sè. E ha vinto. In due anni ha conquistato una promozione in B e i play off per la A, con un’uscita di scena in semifinale.

A conclusione del suo percorso virtuoso, quest’anno è approdato sulla panchina del Bologna. Contratto biennale, a 600.000 euro a stagione, più vari bonus legati al raggiungimento dei risultati. Pippo Inzaghi ha avuto l’umiltà di fare due passi indietro, ha preso la rincorsa e ha avuto ragione. Servono scorza dura, personalità, coraggio. Sono qualità non facilmente riscontrabili nella categoria. Il presidente del Bologna Joey Saputo ha detto che in Inzaghi ha visto quel «Fire and Desire», «Fuoco e Desiderio», che aveva invocato come miccia per la svolta.

Pippo Inzaghi ha subito fatto il Pippo Inzaghi: si è cioè buttato a testa bassa nella nuova avventura, dichiarando - addirittura - di «voler rimanere a Casteldebole dalla mattina alla sera, magari anche ci dormo». Ora è in vacanza a Formenera, poi passerà una settimana a Milano Marittima: vacanze meritate per uno stacanovista del pallone. Nei due anni da allenatore del Venezia arrivava al campo alle nove di mattina e se ne andava all’ora di cena. Una vita spesa per il calcio, come da dna di famiglia. Ci fosse da qualche parte una macchina che misura l’entusiasmo che Inzaghi produce e di cui si alimenta, beh, quella macchina andrebbe in tilt.

Questo vecchio ragazzo - fa 45 anni ad agosto - ama il pallone come se stesso. Gli va riconosciuta una testardaggine notevole. Nello sciagurata stagione milanista pagò anche colpe non sue. Il Milan si piazzò al 10° posto (l’anno prima il contestatissimo Seedorf aveva chiuso all’8°), venne escluso dalle Coppe. Quell’estate il Milan fece un mercato a parametro zero. Diego Lopez, Menez, Van Ginkel, un Torres ormai in declino. Fino a Natale quel Milan rimase nelle zone medio-alte della serie A, poi il meccanismo si inceppò. Al mercato di gennaio - dopo l’eliminazione ai quarti di Coppa Italia contro la Lazio - arrivarono Suso, Antonelli, Destro, Bocchetti e Paletta; ma non ci fu nessuna inversione di tendenza e la squadra rossonera chiuse un campionato anonimo, mediocre, senza squilli. Pippo venne indicato come uno dei colpevoli e nonostante un altro anno di contratto venne esonerato, per far posto a Sinisa Mihajlovic, che fece un po’ meglio (7° posto, finale di Coppa Italia). A quel punto Pippo aveva davanti a sé due strade. Andarsi a sedere in uno qualsiasi dei tanti salottino televisivi a dispensare la sua conoscenza di calcio o invece prendere fiato, fare un esame di coscienza e ripartire da un contesto che in qualche modo potesse aiutarlo a fare il suo mestiere. Buona la seconda, Pippo ha riconquistato la serie A - non era affatto scontato - e non intende più mollarla.