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Due scudetti su tre, la Roma li ha vinti con uno straniero in panchina: l’ungherese Alfred Schaffer (1941-42) e lo svedese Nils Liedholm (1982-83). La prima Coppa Italia (1965) la Roma la conquista con alla guida uno straniero, l’argentino Juan Carlos Lorenzo, il più folcloristico tra i tecnici di quegli anni (quasi vent'anni dopo allenerà anche la Lazio). Avanti: l’inglese William Garbutt - pioniere del calcio a cui si deve l’appellativo «mister» - è stato il primo allenatore nella storia della Roma, anno di grazia 1926-27: aveva già vinto tre scudetti col Genoa, in giallorosso conquistò una Coppa Coni. Il calcio più spettacolare degli ultimi quarant’anni all’Olimpico i tifosi l’hanno visto con Eriksson (metà anni ’80) e il primo Zeman (fine anni ’90). E dunque: il segno di Zorro Fonseca - se e quando prenderà forma - andrà ad inserirsi nel solco di una tradizione che vuole gli allenatori stranieri sedersi sulla panchina della Roma con una certa frequenza e alzarsi per andarsene con notevoli soddisfazioni.

Negli anni prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale gli allenatori sono quasi tutti stranieri: Herbert Burgess (inglese), Janos Baar, Geza Kertesz e Imre Senkey (ungheresi, quest’ultimo nell’immediato dopoguerra), Lajos Kovacs (rumeno). Nel 1955 l’inglese Jesse Carver conquista un terzo posto, maluccio fa l’ungherese Gyorgy Sarosi e non lasciano traccia l’inglese Alec Stock e un mito del calcio mondiale, lo svedese Gunnar Nordhal, il «Pompiere» che da centravanti aveva fatto grande il Milan. Tracce giallorosse anche per Luis Craniglia (argentino), Luis Mirò (spagnolo) e Naim Krieziu (albanese). E’ un Helenio Herrera sul viale del tramonto quello che si presenta a Roma alla fine degli anni ’60, ma dopo di lui arriverà Liedholm. Il «Barone» (che ha allenato i giallorossi in tre fasi diverse e per otto anni complessivi) ha lasciato in bacheca - oltre allo scudetto - anche tre Coppe Italia: è lui l’allenatore per eccellenza della storia della Roma.

A metà degli anni ’80 un altro svedese - giovanissimo - fa innamorare la piazza giallorossa e consegna alla memoria una squadra che gioca il più bel calcio d’Italia: è Sven Goran Eriksson, che nella tarda primavera del 1986 perde uno scudetto già vinto facendo harakiri all’Olimpico contro il Lecce già retrocesso (2-3 e titolo che va alla Juve del Trap). Con lo jugoslavo Vujadin Boskov la Roma chiude 10ª, ma a lui si deve il debutto di Totti in serie A. Sciagurata invece la parentesi del’argentino Carlos Bianchi (che prima e dopo la Roma in Sudamerica vincerà praticamente tutto). Ci eleviamo a vette di bellezza assoluta quando ricordiamo il biennio di Zeman (1997-99) sulla panchina giallorossa. Dimenticabile il Rudi Voeller in versione allenatore, lungimirante ma poco redditizia la scelta di Luis Enrique, eccellenti (a ripensarci ora) le prime due stagioni di Rudi Garcia (due secondi posti) prima dell’esonero. Ora tocca al portoghese Paulo Fonseca. La storia gli fa l’occhiolino.